martedì 15 marzo 2016

Assunta... Eleanor Rigby del Lago d'Orta

In tutti i paesi d'Italia, anche i più piccoli, si legge sempre, da qualche parte, una teoria di nomi ormai quasi dimenticati. Tutti nomi con una storia, finita male. Anche Pettenasco, borgo sulle rive del Lago d'Orta (Novara) ha il suo bravo monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale.
Pettenasco (Novara) sulle rive del Lago d'Orta
Che vicenda sarà stata quella di Antonio Frascoia, Giulio Fortis o Carlo Miazza? Chissà, ma “l'altra metà” di almeno una di quelle storie, anche se non so quale, un po' la so. Perché ho avuto la fortuna di conoscere, seppur ormai in tarda età, una persona grande nella sua umiltà e semplicità e, insieme, dotata di un' immensa forza d'animo.
Il monumneto ai caduti della Guerra '15-'18 a Pettenasco
Pensando a lei, che di nome faceva Anchisi Assunta (perché nata proprio a Ferragosto, nel 1897), mi vengono in mente i versi di quel lontano brano dei Beatles, forse il loro primo pezzo non “scanzonato”


                                                         … Eleanor Rigby, picks up the rice

In the church where a wedding has been

Lives in a dream

Waits at the window, wearing the face

That she keeps in a jar by the door

Who is it for...
(… Eleanor Rigby raccoglie il riso/ nella chiesa dov’è c’è stato un matrimonio/ Vive in un sogno/Aspetta alla finestra, indossando la faccia/ che conserva in un vaso accanto alla porta/ per chi è...)

Antonio, Giulio o forse Carlo (nessuno lo saprà mai) era il promesso sposo di Assunta, che non tornò, morendo, come tanti altri giovani, nelle trincee del Carso. Gli fu sempre fedele nello spirito e rifiutò qualsiasi altra relazione, consegnandosi a una vita di intensa, intima solitudine, pur dimostrandosi una persona di grande generosità, sempre votata agli altri.
Finita la guerra, ad Assunta non restò altro che andare a servizio, e la scelta cadde sulla neonata famiglia di un giovane notaio di Armeno, un paese vicino, che si era da poco sposato con una bella ragazza di Pettenasco nella magnifica parrocchiale romanica del paese.
La parrocchiale romanica di Armeno (Novara)
Assunta non aveva fatto che qualche anno di elementari eppure le piaceva scrivere, soprattutto poesie e la vicinanza col sciur nudar e la sua poi numerosa prole, non fece che corroborare la sua passione.
La paga? Poca, spesso direttamente tramutata in viveri o beni di prima necessità che Assunta il sabato,  si caricava in spalla col gerlo per portare il tutto nella borgata dove abitavano i vecchi genitori. Una donna forte nella sua mitezza, capace di sopportare tragedie incommensurabili. Dopo la scomparsa della mamma, papà e fratello morirono nello stesso giorno... forse di una di quelle malattie che oggi definiremmo banali.
La famiglia del sciur nudar, primo in alto a sx, in una foto di fine anni '20. Assunta è la penultima della fila

La sua vera famiglia divenne così quella del notaio, anch'essa attraversata da momenti non certo felici, come l'inspiegabile morte di un figlio tredicenne, drammatiche vicende nella guerra partigiana e la precoce vedovanza del notaio.

In quella casa rimasero dunque solo in due, Assunta e il “signor notaio”, come lo chiamava lei. E Assunta gli si dedicò tutta, fino alla sua morte, vera badante “ante litteram” negli ultimi anni, oltre a essere stata ottima cuoca e anche, per quel che le poteva consentire la sua modestissima istruzione, perspicace assistente notarile. Fedeltà, dedizione assoluta a un uomo che, nel frattempo, per troppa generosità era finito in condizioni economiche non certo floride.
La casa del "signor notaio"
E, alla fine, in quella casa che aveva visto tanta vita, rimase l'ultima custode di cose e memorie. Ad onta di una salute malferma e di problemi alla vista. Sola, coraggiosa, in compagnia degli amatissimi gatti che battezzava coi nomi più strani,
Minin, Minussi, Rutusc, Rutuscin... e quando andavi a trovarla sembrava sempre aspettasse con ansia qualcuno.

Una volta suonato il campanello, si vedeva una figura un po' malferma, vestita umilmente, appropinquarsi nel giardino per accertarsi chi fosse. La rivedo così, con una mano sugli spessi occhiali a ripararsi dai raggi del sole e a tentare di scorgere meglio. Una tazza di tè, un “Amaro Cora” per mio padre, mentre scoppiettava il fuoco nel camino. Un fuoco che lei sapeva trattare con gentilezza, quasi ringraziandolo e... se proprio non si attizzava, allora bastava un soffio, una flebile sibilo con la bocca, continuo e quasi musicale, a ravvivare prodigiosamente la fiamma.
Assunta, come la ricordo io
 



Per me bambino quella era (e rimane) una magia che invano tentavo di imitare. E poi si andava via con negli occhi la sua innata signorilità, la sua educazione e il suo dolce sorriso. Così per anni, fino a quando ormai quasi cieca, tornò a vivere con la sorella nella natia Pettenasco portandosi dietro l'ultimo gatto, il fedele Menelik, e spegnendosi in silenzio, senza disturbare nessuno. Assunta... quel tipo di persone, eroiche in una vita semplice, vissuta in pieno, con un amore che traspariva dai gesti, dalle parole... persone che passano silenziose, di cui nessuno si ricorda, ma se si ha la fortuna poterlo fare, la traccia che ti lasciano è indelebile. Assunta adesso vive in un sogno e aspetta... e forse Antonio, Giulio o Carlo arriverà, questa volta...

mercoledì 27 gennaio 2016

Colloro... il villaggio dove si "respira" una stella

Non sarà famosa come la mitica "route 66" , ma la nostrana (la... metà) "statale 33" del Sempione, voluta da Napoleone per collegare Milano a Parigi, non è che sia da meno in quanto a suggestioni, anzi... Percorrendo il sinuoso solco vallivo ossolano, poco più di 200 metri di altitudine, con ai lati versanti dal notevolissimo dislivello relativo (anche 2000 metri) si ha l'impressione di entrare, quasi di incunearsi, in un piccolo universo montano... A conoscerlo, si rivela un caleidoscopio dalle mille sfaccettature. Non molto dopo il "confine" ossolano di Ornavasso, non si può non notare, sulla destra, un villaggio che si adagia placidamente a mezza costa.


Colloro, frazione di Premosello Chiovenda (Ossola)
E' Colloro,  frazione "alta" di Premosello Chiovenda. Ci sono stato più volte ed è uno di quei classici luoghi dove vale la pena di fare una piccola deviazione, se si ha la ventura di passare da queste parti. Di cose "rimarchevoli" da raccontare il borgo ne avrebbe parecchie.
Una "Carcavegia" di qualche anno fa, falò sul quale si bruciano i fantocci degli anziani del villaggio
 

Forse quella più nota è l'antichissima tradizione della Carcavegia del 5 gennaio, un grande falò propiziatorio, che si effettua contestualmente e in concorrenza con quello del capoluogo comunale Premosello, sul quale si bruciano le effigie del vècc e della vegia, i due più anziani del paese, con tanto di nome sui fantocci sacrificati. Ma è anche una delle porte del Parco nazionale della Valgrande (di cui fa parte), l'area wilderness protetta più estesa d'Italia, che si apre al di là del versante montano. E qui di storie ce ne sarebbero parecchie, dalle gloriose e insieme tragiche vicende della Repubblica Partigiana dell'Ossola a quelle, un po' più vicine a noi (ma ormai neanche tanto) dei montanari che nella stagione estiva "caricavano" gli alpeggi oltre questi quasi inaccessibili versanti, l'ultimo dei quali, "Paulin" Primastesta, nativo proprio di Colloro, si arrese nel 1969, l'estrema estate in cui salì alla sua Alpe Serena "dentro" in Val Grande, suggellando sulla pietra il suo addio.
L'addio nella pietra di Paulin Primatesta (1969)
Di fatto la fine, in questo angolo di Piemonte, di una pastoralità arcaica sostenuta da mezzi empirici, nella durezza di sacrifici oggi inimmaginabili sopportati grazie a un incrollabile e ancestrale tenacia ereditata da generazioni. Girando per Colloro, all'ombra dello svettante campanile della chiesa di San Gottardo, la pietra e il legno si declinano in costruzioni inserite armonicamente nella natura, che non mancano di un tocco di rustica eleganza...

Il campanile della chiesa di San Gottardo
 

Il Monte Ventolaro e la Punta Usciolo da Colloro
Ai lati di un viottolo dal selciato antico (dove si è attardata anche Corinne), si affaccia il portale  di una casa addirittura "santa", lì dove nacque il Venerabile Generoso Maria Fontana... In un'intima "corte" spicca un affresco devozionale che ne ricorda, in breve, il percorso umano che portò il frate molto lontano da qui, nel convento di Amelia, oggi in provincia di Terni.
La casa natale del Venerabile Generoso Maria Fontana
 

Anche Corinne sembra ammirata dal paesaggio...
Leggenda vuole che il sant'uomo, avendo sognato una notte il giudizio universale, si risvegliò poi con i capelli completamente bianchi... doveva proprio essere un bell'incubo coi fiocchi... Tutto il contrario della solarità del suo villaggio natio così pieno di luce, dove, in una sorta di osmosi, sembra quasi si possa respirare l'energia di una stella, la nostra stella, che qui si offre nella sua pienezza, grazie alla generosa esposizione di Colloro: d'altra parte i vecchi dicevano che "una giornata invernale di sole a Colloro è mezza primavera", e una palma "montanara" sta lì a testimoniare che avevano ragione...

martedì 12 gennaio 2016

Perinaldo: cielo, stelle e... mimose fuori stagione


 A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?

Perinaldo, entroterra sanremese, provincia di Imperia... ancora una volta mi tornano in mente i tempi del liceo e le lezioni di italiano, rese interminabili e noiosissime nel prendere faticosamente appunti in un collage di brani, tratti da questo o quel critico, che l'insegnante velocissimamente e pedissequamente snocciolava come in un rosario recitato da anni, senza ormai rendersi più conto di cosa significassero quelle parole.
Perinaldo, 572 m, entroterra sanremese (Imperia)

E noi a testa bassa a ricopiare, per poi ripetere come pappagalli alle interrogazioni. Eppure al momento del "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia" del Grande di Recanati, "finalmente" qualcosa di personale scese dalla cattedra nel commentare quelle stelle, le "piccole faci" leopardiane: "ragazzi, questa pagina vi serva a riflettere, ad affrontare gli interrogativi della vita con un po' di pessimismo, voi siete troppo superficiali"... ecco più o meno il succo di quello che riuscì a tirar fuori in quel momento. Dentro di me la mandai a quel paese immediatamente. Di sicuro a quei tempi mi interessavano molto di più altre cose, però davvero la letteratura italiana fatta in quel modo difficilmente poteva far nascere una passione. Ma quel brano mi è balzato in mente di fronte alla casa natale di Giovanni Cassini, grande astronomo, che in questo borgo dai connotati un pochino recanateschi ebbe i natali nel 1625...
La lapide posta sulla casa natale di Cassini
molto prima di Leopardi. Eppure, mi immagino il piccolo Giovanni a guardare all'insù "le facelle" in un cielo pulito, reso più luminoso che mai da un buio assoluto intorno, in un piccolo villaggio di montagna, nei primi decenni del Seicento. E lo scoccare della scintilla di una passione che lo avrebbe portato lontano, a Parigi, sotto la protezione del Re Sole (guarda caso...) e a cercare un senso all'esistenza di quelle "facelle".
Giovanni Cassini
Pure Cassini è un grande italiano (si interessò anche di idraulica, medicina, entomologia ecc.): con i mezzi di allora scoprì quattro satelliti di Saturno e la divisione (che porta il suo nome) degli anelli del secondo pianeta del sistema solare, oltre a realizzare una grande mappa della Luna.
Murales "alati" di Perinaldo
Una tensione verso l'alto che quasi si avverte in questo lindo paesino (bandiera arancione del Touring), dove un lapide avverte il "viadante" che qui nacque non solo Giovanni Cassini, ma una vera e propria discendenza di astronomi (i Maraldi) e in cui anche recenti murales sembrano certificare la voglia di spiccare il volo verso il cielo. Nelle vicinanze, su un poggio, un'altra particolarità, tradizionalmente attribuita al Cassini: la chiesa della Visitazione (all'interno, racchiude una meridiana a camera oscura)  che volle orientata in linea col meridiano (in realtà se ne discosta di qualche grado).
Chiesa della Visitazione





Leggenda vuole che chi confessava al parroco i propri peccati veniva mandato qui ad espiare le proprie colpe, in ginocchio - dal tramonto fino al mattino seguente - sopra chicchi di granoturco sparsi davanti alla porta... e le stelle in questo caso  le vedeva davvero.
Mimose "fuori stagione", tra ulivi e macchia mediterranea
Luogo ameno, che in questa strana stagione di inverno-primavera vede il fiorire tutto intorno, già a fine dicembre, di numerose piante di mimosa con i loro inconfondibili capolini sferici, quasi dei piccoli "ammassi" di stelle gialle che riscaldano la vista in mezzo agli ulivi e alla macchia mediterranea. E
sembrano offrirti il profumo della vita così com'è, senza porsi troppe domande... il che, chissà, forse è meglio.

venerdì 18 dicembre 2015

Gombola, resistenza umana al vecchio mulino

Era un termine in voga qualche anno fa, ora soppiantato dal più trendy "resilienza", però a me piace di più, specie in questo periodo natalizio, ripensando al Mulino di Gombola (Modena) uno dei pochi, se non il solo, nell'Appennino emiliano, a funzionare ancora (veramente e non a scopo didattico)  grazie all'acqua di un fiume, il Rossenna.
Gombola,  Appennino modenese
I fratelli Veratti, Bruna e Artemio, fratello e sorella ultraottantenni, sono un vero esempio di resistenza umana: fiera, consapevole, fors'anche un po' anarchica.
La mugnaia Bruna Veratti (dal doc. "Le vie dell'acqua")
Non arriveresti mai qui, se non grazie alla segnalazione di un autoctono: “Là si può trovare l'ultima farina macinata ad acqua”. Il paesaggio sulla provinciale che da Polinago conduce a Serramazzoni evoca tempi passati, specie quando appare, arroccato su un poggio, il piccolo borgo di Gombola che sembra fatto apposta per riportarti a quell'Italia affascinante e pericolosa di qualche secolo fa, tra passaggi di soldataglie e imboscate di banditi.    
Il Mulino di Gombola e...
Ma per arrivare al Mulino bisogna scendere nel profondo della boscosa valle, poco più all'interno di un ponte sul fiume. Una stradina sterrata conduce a questa sorta di eremo del lavoro. E solo dopo aver bussato un paio di volte ti accoglie Artemio. Bruna è un po' indisposta. Con gesti antichi, toglie la farina dall'ultima macinazione, la pesa e ce la porge. Rusticamente integrale, un po' come la vita in un luogo come questo. A un prezzo assolutamente irrisorio se si pensa solo alla tradizione di questo mulino, in funzione da cinque secoli, con un'esperienza e un rispetto della natura tramandati di generazione in generazione.

... l'antica ruota...




Prima che si ritiri al caldo, chiediamo ad Artemio se si può vedere la ruota. Eccola: e proprio ad osservar bene un particolare, non può che venirti in mente la "resistenza umana". Nel mozzo della ruota un' irregolare serie di zeppe di legno.
... che  non ha alcuna  intenzione di cedere
Non so quale funzione possano avere, se di rinforzo o altro... però questi pezzi di legno raccontano di una tensione a non cedere mai, di continuare finché si può, anche senza mezzi, senza nessuno che ti aiuti. E, tornando a casa, ritrovo il mulino in un bel documentario sul solito you tube, dove si racconta la storia dei due vecchi eroi.
Poco dopo incontriamo ancora Artemio nel negozietto di alimentari vicino al ponte... forse per spendere i nostri pochi euro di farina in qualcosa da mangiare per la sera.
Un piccolo mondo, lontanissimo dai ripetitivi e mielosi riti consumistici delle feste che ormai mi sono insopportabili, da quella fregola prenatalizia che sembrerebbe ora corroborarsi nella famosa - e supposta - miniripresa italiana. Ripenso a loro, alla voce del fiume, all'unica stanzetta riscaldata, a quella specie di antro imbiancato dalla polvere di farina e la associo a un presepio autentico, di quelli che tra poco non ci saranno più, confinati nella memoria di chi almeno ha avuto la fortuna di averli conosciuti.

giovedì 5 novembre 2015

Tortora, "le ali del Sud" alle porte della Calabria

“Quella sera dormii a Lauria, uno degli ultimi e più pittoreschi villaggi della Basilicata. L'indomani entrai definitivamente in Calabria. L'approccio da questa parte è davvero formidabile e conforme a tutto ciò che avevo sognato di più agreste e severo. Una gola stretta, scoscesa, tortuosa, serpeggia tristemente tra due vaste catene montuose, di cui una appartenente alla catena di Pietrasasso, l'altra a quella del Pollino, la più alta, alpestre e primitiva della Calabria...
Questo è l’ingresso e, per così dire, l’anticamera della Calabria. C’era certo di che sgomentare le immaginazioni più timorose; ma avevo presente il sesto canto dell’Eneide e sapevo che l’Inferno è l’anticipazione dei Campi Elisi.... Anche il tempo era migliorato e un magnifico arcobaleno cingeva le montagne, quasi a dirmi che era finito l’Inferno e stava cominciando l’Eliso; come Noé, ebbi fiducia in Dio e proseguii coraggiosamente il pellegrinaggio”.
Tortora (Cosenza), 300 metri s.l.m., centro storico
Non credo che lo scrittore ginevrino Charles Didier (1805-1864, dal cui "viaggio in Calabria" sono tratti questi brani) sia mai stato a Tortora (anche perché da Lauria proseguì verso l'interno) ma... non importa. Questa descrizione mi va bene lo stesso. Sia perché quando da Lauria (sull'autostrada Salerno-Reggio Calabria) si scende per la stretta valle del fiume Noce e, solo verso la fine, il cuore ti si apre alla vista del mare di Calabria, le sensazioni provate non sono così diverse, sia perché incarna quello spirito del viaggio romantico nelle terre italiche, sicuramente un po' obsoleto e ottocentesco, però ancora affascinante.

Per la verità Tortora, primo paese della Calabria tirrenica, appena dopo la lucana Maratea, è un paese "diviso" in due: sulla costa la Marina e, più in alto, il centro storico. E già qui c'è un bel contrasto. 
Perché il centro storico, pur situato a solo sei km dal litorale è già un "altro mondo", in cui il mare funge da deuteragonista.
Ed è la malìa del borgo "alto", dal carattere già montano, appollaiato su un costone roccioso proprio come un uccello, che mi ha fatto sognare di essere non il classico turista agostano, ma il viaggiatore alle prese con le gioie della scoperta.
Ciò che è osservato influenza l'osservatore ma, forse, è anche vero il contrario. Non è che Tortora, aspettando la mia visita, si sia trasformata, come in un sogno, per farmi vedere ciò che io mi aspettavo di vedere? Appena arrivato in paese, il primo pensiero che mi è venuto in mente è stato: "Questo sembra uno dei classici paesini del Meridione immortalati in qualche vecchio film della mia infanzia, in bianco e nero, nel momento in cui passa Garibaldi, liberatore del Regno delle due Sicilie". Ebbene, Tortora, cosa ha fatto?

Mi ha fatto sbagliare strada per il bed and breakfast degli impareggiabili Biagio e Alfonsina e mi ha portato in una piazzetta dove ho potuto leggere quello che la mia mente mi aveva suggerito qualche istante prima: "In memoria di Giuseppe Garibaldi che di passaggio sostò in Tortora, ospite della famiglia Lomonaco il 3.9.1860". Luogo magico, dunque? Non so, ma certo un generoso "scambio di energia" tra il paese e il nuovo venuto, c'è stato subito.
Le "ali" di Tortora, viste dal borgo di Aieta

Tornando ai film dell'infanzia, davano un "senso del Sud", quello profondo, magari legato a luoghi comuni, ma indimenticabile per un bambino di un mondo ancora piccolo, in cui l'Italia era grande... quando con la famiglia spingersi fino al centro della Penisola era già una piccola avventura. Molte cose saranno cambiate a Tortora, da quegli anni o forse no... certo non ho potuto indagare più di tanto. 
Ma quello che si percepisce è netto: il sapore di una terra ancora in gran parte incognita nel vero senso della parola, sospesa tra un altrove che si può solo immaginare al di là delle scabre montagne che chiudono l'orizzonte del paese e il rassicurante orizzonte del litorale. Un ricordo più recente mi fa venire ancora in mente il Sud, celebrato in un fortunato tormentone (oggi si direbbe claim) pubblicitario: "Il primo sorso affascina il secondo Strega" (riferito al noto liquore beneventano, inventato, guarda caso, ai tempi della conquista di Garibaldi). Così Tortora, discretamente, a poco a poco ti ammalia.
La facciata "antropomorfa" della chiesa delle Anime del Purgatorio
Con architetture quasi antropomorfe, come la chiesa delle Anime del Purgatorio, con un piccolo ma ricco e interessantissimo museo interattivo sui segreti dell'antica città italica e romana di
Julia Blanda (destinata tra poco a diventare parco archeologico) con sapori totalmente inediti (perlomeno per me) come la zafarana, tipico e dolce peperone locale che generosamente entra in una gastronomia locale "di terra"  dal sapore antico: dalla pasta fatta in casa (indimenticabili lagane...) fino ai profumi, 
insieme forti e delicati, sprigionati al taglio dei capocolli.

E addirittura fornendoti una visione notturna, quella di un incendio alimentato dal vento (di cui certo si sarebbe fatto volentieri a meno), del tutto coinvolgente nella sua infernale scenografia. Ma la cosa che più rimane impressa di Tortora è il notare che il "cuore" del paese batte ancora, soprattutto nelle prime ore del mattino, quando le viuzze del villaggio si aninamo delle vivaci chiacchere del vicinato, delle quali, ovviamente, non capisci nulla, ma è come una colonna sonora che ti riporta sempre là, a quel Sud della memoria, immaginato da bambino. Saranno pure solo emigrati ritornati al borgo natio per le vacanze, sarà una cosa che può piacere a pochi... ma non importa... è una sensazione di umanità viva e autentica. Che pure in questo caso Tortora, indagando nel mio cervello, si sia magicamente trasformata, per farmi vivere ciò che volevo?

venerdì 30 ottobre 2015

La "grazia" delle acque... in un angolo di pianura

Sparite le foreste, bonificati stagni e acquitrini, livellati i dossi... forse l'unica primigenia caratteristica naturale della Pianura padana a salvarsi, prima delle radicali trasformazioni del territorio operate dall'uomo, lo deve al fatto di essere sottoterra. Dal Piemonte al Friuli, il filo rosso, anzi, azzurro, che "lega" tutte le regioni del nord, è la fascia delle risorgive. L'acqua, penetrata negli strati permeabili dell'alta pianura, scorrendo per chilometri e chilometri, dopo essere "sparita" nel sottosuolo, entra infine in contatto con le coltri argillose della bassa pianura, e così, trovando un ostacolo, è costretta a tornare in superficie. Una "spiegazioncina" che un tempo faceva anche la maestra delle elementari nell'ora di "patria" geografia.
Nel "mare" delle risaie, il Santuario della Madonna della Fontana a San Nazzaro Sesia (No)
Proprio nella mia zona, tra Sesia e Ticino la fascia delle risorgive, in genere larga dieci-venti chilometri, raggiunge la sua massima lunghezza, più di 60 km, partendo dalle colline a sud dei laghi e arrivando a lambire il Po.
Ciò che succedeva nei secoli passati nella Bassa allo scaturire dell'acqua ipogea lo raccontano cronache, un po' iperboliche, che descrivono addirittura l'improvvisa apertura di pericolosi baratri nel terreno dovuta a robusti zampilli d'acqua con conseguenti allagamenti delle campagne circostanti. Proprio questi impaludamenti hanno fatto sì che le risorgive sono state, in verità, in qualche modo "manipolate" dall'uomo: a partire dal XIV secolo le acque di queste polle naturali sono state infatti regimentate nei "fontanili" o "fontane", per poi essere utilizzate per irrigare le campagne.
La facciata del Santuario
Così si faceva un profondo scavo, la "testa" - più o meno tondeggiante, dal diametro di parecchi metri, ben protetta da ripe costruite col materiale di riporto - attorno al punto di affioramento delle acque. Poi, tramite un fosso, "l'asta", si canalizzava l'acqua verso i campi. In genere l'area della "testa" era circondata da un'area piantumata con alberi e siepi. Ovviamente il sistema poteva funzionare grazie a un continuo intervento di manutenzione dei contadini. Ed è stata proprio l'acqua dei fontanili a far nascere, nella pianura lombardo-piemontese, la pratica delle "marcite", che permetteva anche in inverno la crescita dei foraggi per lo scorrere continuo dell'acqua, relativamente calda (12°), che impediva il congelamento dei prati. Oggi quella tradizionale pratica è pressoché scomparsa e i fontanili non è che se la passino proprio bene: non più curati come un tempo, a volte ormai interrati o degradati, talvolta trasformati in piccole riserve di pesca. Ci sono, è vero, recuperi virtuosi, specie negli ultimi decenni, ma c'è pure un caso di una "risorgiva - fontanile" che si è salvata da se stessa.
L'altare...
Sulla sua scaturigine dalle profondità, infatti, è stato costruito il santuario della Madonna della Fontana, nei pressi di San Nazzaro Sesia (Novara).E' una costruzione isolata, nel mare delle risaie, risalente al XVII-XVIII secolo. Immagino però che a questo luogo, e alle sue limpidissime acque, si sia assegnata fin da tempi pagani una capacità taumaturgica, assorbita dal cristianesimo e celebrata in tempi relativamente recenti dal ricordo di eventi miracolistici, prodigiosi o di semplici "grazie".
... e, sotto, la risorgiva
Una leggenda racconta che il tempio fu edificato perché un'immagine mariana, posata su un albero da un venditore di quadri che voleva riposarsi in un caldo pomeriggio, non volle più staccarsi da questo sito di acque pure e lustrali, malgrado i tentativi per recuperarla. Una dinamica leggendaria che accomuna questo sito a decine di altri santuari sparsi in tutt'Italia dove tante icone hanno "rifiutato" di spostarsi. Comunque, ci si avvicina al luogo con dovuto rispetto. Anzi, con capo chino, come avverte un antico avviso su una parete del santuario, sotto la quale sbuca verso l'esterno l'acqua.
... l'acqua sbuca poi all'esterno della chiesa

Sulla facciata della chiesa, invece, campeggia il motto di una piccola meridiana, con una frase citata anche da Sebastiano Vassalli nella “Chimera”: "Tempora metimur sonitu, umbra, pulvere et unda, nam sonus et lacrima, pulvis et umbra sumus" ovvero... "misuriamo le ore col suono e con l'ombra, con la polvere e con l'onda, perché noi stessi siamo polvere e ombra, rumore e lacrime...".
Dopo aver meditato un attimo sul duro ammonimento, pure al meno pio viene quasi naturale abbeverarsi all'acqua "benedetta", anche perché qui, in piena Pianura Padana, non è poi  facile trovarla così "naturalmente" limpida e pura. E una volta esaurita la sua funzione sacra, la risorgiva si laicizza, diventando fontanile, andando a donare una grazia terrena ai campi sottostanti, tuttora irrigati da quest'acqua.

lunedì 19 ottobre 2015

Aieta,un nido rinascimentale per l'aquila calabra

Come ogni aquila che si rispetti, ha scelto il luogo adatto per fare il nido a mezza costa, al di sotto del territorio di caccia. Aieta, dal greco aetòs, appunto "aquila", se la osservi da Tortora, la vedi là in alto, vicina ma quasi irraggiungibile.
L'aquila, simbolo di Aieta



E infatti i due paesini sono a pochissima distanza in linea d'aria (ovviamente... trattandosi di "volatili") mentre per raggiungerla in auto bisogna scendere a mare e poi risalire una tortuosa ma meravigliosa strada panoramica.
Aieta (Cosenza), vista dal paese di Tortora
E' una visione, quella di Aieta "dal basso" che incuriosisce immediatamente, nel notare la sproporzione tra le casette addossate al monte e un enorme palazzo in pietra grigia. Bisogna assolutamente andarci per scoprire l'arcano di un paese che, tra l'altro, fa parte dell'associazione "Borghi più belli d'Italia".
Come sempre si rischia che le impressioni di un luogo siano "inquinate" dall'euforia vacanziera, ma è anche bello fare uno sforzo di concentrazione per astrarsi dal contesto, cercando di fissare quello che ti racconta (o che vuoi che ti racconti) un villaggio come questo. Ma per prima cosa cerchi il grande palazzo che riempie in maniera così importante lo spazio urbano.
Il palazzo rinascimentale di Aieta
E lo trovi... aperto, oltretutto in orario quasi serale! Già questo è motivo di soddisfazione, che diventa poi vero guibilo nello scoprire che hai anche una guida (oltretutto gratuita) a disposizione. E pure preparata e puntuale nello spiegarti la storia della magione nobiliare durante la visita ai vari ambienti. E così ti si svela un raro, forse unico, angolo di Rinascimento in piena montagna calabra: una dimora gentilizia cinquecentesca su tre piani, negli ultimi decenni salvata da un progressivo degrado, recuperando anche interessanti affreschi decorativi, oggi divenuta monumento nazionale. Nella facciata esterna si apre il "fiore all'occhiello" del palazzo: un meraviglioso loggiato dal quale i Martirano prima e i marchesi Cosentino poi si godevano in piena tranquillità la vista del mare... mica scemi!
Tramonto su Tortora e sul Mar Tirreno dal loggiato del palazzo
Un paese che ti dà l'impressione di essere nobile e popolare insieme, con "antichi" negozianti che ti invitano nel loro modesto ma dignitoso negozio che vende un po' di tutto ed elegantissimi portali scolpiti in pietra che si aprono nel dedalo di linde viuzze.
Arte tra le vie del borgo...
Ci si prepara per il concertino serale in piazza del Municipio
Ti domandi: "Come si vivrà qui, passato il periodo estivo?". E così, sul far della sera, lasci Aieta, rimpiangendo il fatto di non avere un tot di vite a disposizione per provare l'esperienza e con un sapore salato-dolce in bocca (forse lo stesso del tipico prosciutto locale, vera delizia per le papille gustative) sapendo che probabilmente non ci tornerai più... ma non si sa mai.