martedì 5 settembre 2017

Orgosolo: il riscatto, Garibaldi e… un palo

Qualche decennio fa era luogo di "riscatti", nel senso di essere universalmente riconosciuto come famigerata "capitale" del banditismo sardo e dell’Anonima sequestri, grazie anche alle gesta del più famoso latitante (e fenomeno mediatico) di allora, Grazianeddu Mesina. Alla metà degli anni ’70 non si poteva immaginare che un’estemporanea iniziativa di un insegnante e artista senese, Francesco Del Casino, volta a commemorare sui muri del paese il trentesimo anniversario della Liberazione d'Italia, potesse pian piano dare origine al "riscatto" di Orgosolo (Nuoro) da quella cattiva nomea.

Il paese in se stesso, visto da fuori, non dice molto, adagiato mollemente su un declivio… se poi metti una domenica d’agosto con circa 40° all’ombra, non è che possa aspettarti un pullulare di vita.
Orgosolo (Nuoro
Più facilmente un deserto estivo, come succede nei vicini borghi, anche più graziosi, come Mamoiada e Fonni… E invece, ecco il piccolo miracolo. Un pullulare di vita, di turisti (italiani e molti stranieri, anche accompagnati da guida in lingua), di attività attorno ai murales, oggi centinaia, che colorano Corso Repubblica e altre strade del centro, ma non solo.



Un fantastico museo a cielo aperto fatto di figure drammatiche che ora raccontano la vita dei pastori, ora parlano di storiche lotte sociali (come la rivolta antigovernativa  di Pratobello del ’69), a volte si tuffano nella satira politica a volte si aprono alle tematiche attuali del villaggio globale.


Al di là dei messaggi, l’effetto d’insieme, nella diversità di stili, è armonicamente straordinario. La cosa che mi ha più colpito, come idea semplice e proprio per questo efficace è il murale di via Garibaldi, dove campeggia l’effigie dell’Eroe dei due Mondi. Mi immagino quanto sarebbe più bello nelle vie di paesi e città lasciarsi prendere un attimo per mano da figure che ricordano personaggi, vicende, luoghi della nostra storia e della nostra realtà, in un epoca che privilegia l’immagine, piuttosto di una laconica scritta che non suscita alcuna curiosità e a volte manco si legge… a patto però che a guastare l’effetto non ci si metta uno stramaledetto palo di un superfluo segnale stradale che, qui ad Orgosolo,  sembra quasi dare fastidio proprio a un corrucciato Garibaldi.

giovedì 29 giugno 2017

Pieve di Borgomaro, storie antiche tra gli ulivi

Non è raro, anzi è abbastanza frequente, notare sovrapposizioni di stili nelle chiese italiane. E anche sovrapposizioni di tante vicende umane. Alcune tramandate nella storia… altre, private, intime, assorbite dal legno dei confessionali, di antichi inginocchiatoi, di sacri e segreti anditi, prigioniere del loro tempo.  Entrando in una chiesa è bello immaginare (qualche volta percepire) l’umanità che ci è passata.

La pieve dei  Ss.Nazario e Celso di Borgomaro (Imperia)
Meglio farlo quando dominano la tranquillità e il silenzio dei templi più solitari, discosti,  come la Pieve dei santi Nazario  e Celso sulle alture di Borgomaro (entroterra di Imperia), località già sede nell’VIII secolo di una comunità monastica dedita alla coltivazione dell’ulivo. Distrutta dalle incursioni dei saraceni, fu  ricostruita in stile romanico e più volte rimaneggiata in seguito, come nel 1498, quando fu “riorientata” a est (prima era a ovest).
Il portale, senza lunetta
A quell’epoca risalgono il portale - la cui lunetta (con stemmi nobiliari) fu distrutta dai rivoluzionari nel 1794 - e l’affresco della Vergine che allatta.

E poi ancora, nel XVII secolo, fu rinnovata in stile barocco. Nei secoli successivi fu tutto un alternarsi di saccheggi, abbandoni e ritorni; addirittura nel 1942 la canonica fu usata come casermetta per soldati tedeschi, uno dei quali fu ucciso in un conflitto a fuoco sotto l’altare… e quindi la chiesa fu sconsacrata. Malgrado la riconsacrazione del 1951, la Pieve fu nuovamente oggetto di atti vandalici e saccheggi, favoriti dall’isolamento del luogo. Per arrivare, finalmente, nel 2004 quando, a seguito di un graduale e rinnovato interesse per il luogo, si reinsediò qui una piccola comunità monastica benedettina, grazie alla quale si riaprì definitivamente al culto la chiesa e si procedette al recupero dell’ambiente esterno e dello storico uliveto. Insomma una vita decisamente tribolata, ad onta proprio dell’albero il cui ramoscello simboleggia la pace.

La "tomba dei bambini"
A lato del portale di entrata, furono trovate (ora sono sotto un tumulo di pietra e una  croce)  tante piccole ossa: è la cosiddetta “tomba dei bambini”, riservata agli infanti che non avevano fatto in tempo a ricevere il battesimo e quindi destinati a quel “limbo” di tante lezioni di catechismo di una volta e oggi, sostanzialmente, “abolito”.
L’interno della chiesa, in cui si leggono le diverse sovrapposizioni, è sobrio ma accogliente.
La cosa che mi ha colpito, ancor  più delle enigmatiche faccine scolpite sui capitelli romanici, sono i banchi seicenteschi, naturalmente di chiaro legno di ulivo, tutti diversi, consunti, a volte deformati,
non si sa se per assecondare la sinuosità dell’albero madre o forgiati dalle terga, dalle ginocchia o dalle storie  dell’umanità che qui ha fatto sosta, magari solo per una fugace preghiera. Fatto sta che nel silenzio del luogo, sembrano quasi cercare di parlare, depositari di sofferenze, sogni o speranze perduti nel tempo…  ma alla fine cedono anch’essi al rispetto della pace che qui si respira, circondati da un giardino di ulivi accuditi amorevolmente dai benedettini, in un’atmosfera sospesa tra il Getsemani, reminescenze omeriche e il sapore mediterraneo della Liguria.

“Pure colline chiudevano d’intorno
 marina e case; ulivi le vestivano
qua e là disseminati come greggi,
o tenui come il fumo di un casale
che veleggi la faccia candente del cielo…

(
Eugenio Montale)

venerdì 5 maggio 2017

Le sei stagioni della vecchia cascina

Vagando nella piana del riso, lungo le strade bianche, gli incontri  non sono molto frequenti, normalmente rari agricoltori meccanizzati, qualche biker e sparute altre “specie” umane in pochi esemplari. Meglio così, a volte è preferibile lasciarsi prendere per mano da ciò che sta intorno, e basta. Anzi, certi luoghi continuano a chiamarti e tu, puntualmente, ci ritorni… perché, non so. Mi è capitato nel maggio dello scorso anno, camminando lungo le rive del canale DAN (Diramatore Alto Novarese) - anche quello in quanto a strano magnetismo su di me non scherza - quando sono stato "catturato" da una cascina.  Una come tante perse nelle risaie e una delle non molte ancora non abbandonate: acqua con le prime piantine di riso, vecchie mura, montagne e soprattutto quell’imponente albero (affiancato da alcuni “fratelli minori”), dall’aspetto quasi sacro. Una visione che mi ha fatto subito venire in mente ricordi lontanissimi, dalla “festa degli alberi” celebrata con entusiasmo alle elementari, alle memorie del nonno che piantava filari di abeti ai bordi della strada, allora sterrata, del Mottarone oltre che nel giardino di casa. Uno di questi lo aveva piantato nel 1930, anno della nascita del suo ultimo figlio, morto poi a 13 anni in circostanze oggi curabilissime. C’è ancora, più in salute che mai. Chissà… forse quel piantone della cascina (un olmo?), mi ha fatto venire in mente quello spirito vitale che pervade tutto, e che ci accomuna anche con gli alberi.  Come si chiama quella cascina?  Cascina dei Prati… nome che è già una poesia, anche se di prati, intorno ce n’è solo uno, piccolino, a ridosso dell’edificio, proprio dove c’è l’albero. Fatto sta che tra nome, suggestioni varie e... sarà solo che è un bel posto, ci sono ritornato più volte… così, per gustare i colori dello scorrere del tempo a ritmi un po’ “piegati” dall’uomo, ma alla fine dettati sempre dalla natura.
 
Foto maggio 2016, luglio 2016, ottobre 2016, dicembre 2016, febbraio 2017, aprile 2017





giovedì 2 marzo 2017

Monte Grappa, memorie sovrapposte in vetta



Il Ponte degli Alpini a Bassano e il Monte Grappa
Valsugana, Piave, Brenta, Ponte degli Alpini a Bassano, Monte Grappa… girovagando a cavallo del confine tra Veneto e Trentino (solo cent’ anni fa divideva Regno d’Italia e Impero Austro-Ungarico) nomi e luoghi ti fanno ritornare a un passato lontano, quando erano snocciolati con spirito patriottico da una maestra con un nome che era tutto un programma, Itala Bergamo, suora tutta d’un pezzo, dai metodi maneschi e un po’ intimidatori, utilizzati per tenere a bada una scolaresca che andava ben oltre, in quegli anni ’60,  le quaranta unità.
La maestra Itala Bergamo e la sua scolaresca a metà anni '60
Per inculcare un solido amor patrio non mancava nemmeno la musica del “giradischi”, allora, con noi bambini e bambine ad ascoltare e imparare, dopo “Addio mia bella Addio” soprattutto “Il Piave mormorava…”. Così molti ricordi affiorano quando, dopo decenni, sei, finalmente, in quei posti. Luoghi di guerra, vissuti in una giornata di inizio anno dal  sole splendente, senza neve, con tepori inusitati (ma ormai neanche tanto) per la stagione.  A parte le reminescenze scolastiche, il Ponte di Bassano forse un po’ appartiene anche a me, nell’ancora vivido ricordo di un anno passato tra gli alpini e di una canzone popolare cantata in compagnia, la stessa immortalata in una lapide che la associa a “sublimi sacrifici e guerresche procelle”.
La lapide al Ponte degli Alpini
Lassù occhieggia la vetta del Monte Grappa, proprio quella di un altro brano caro alla maestra Itala “Monte Grappa tu sei la mia patria…” Non si può, essendo qui, non salire su quella vetta, “ammantata”, se così si può dire, da un enorme sacrario. Però scegliamo una “pazzesca” (nel senso buono) strada alternativa: una deserta e stretta provinciale che sale tra i boschi, per quasi trenta km di curve, percorse con calma (fortunatamente dietro non c’è nessun energumeno dotato di Suv che chiede strada) dal paesino di Caupo, non lontano da Feltre. Quindi dalle selve del versante nord, con “finestre” dalle quali si aprono squarci panoramici notevoli.


Salendo sul Grappa: Il gruppo del Latemar e il paese di Enego
Si arriva a quota 1700 metri circa, sotto la vetta imbiancata da una colata di pietre chiare e squadrate.  Saranno le suggestioni di prima, sarà la giornata splendida… ma la prima sensazione è molto diversa da quella provata durante la visita, di qualche anno fa, a un altro famoso sacrario della Grande Guerra, Redipuglia, dove immediatamente mi sono sentito immerso in una solenne, triste, commemorazione di una tragedia nazionale.
Il Sacrario del Monte Grappa
Lo ammetto, salendo i gradini del monumento ai Caduti del Grappa, che da una parte guarda i monti e dall’altra alla pianura vicentina, qui difesa strenuamente con tre sanguinosissime battaglie tra il 1917 e il 1918, mi sono lasciato andare a un po’ di retorica. Ben presto scomparsa, non solo di fronte alle tombe dei soldati, ma soprattutto lungo le scalinate scandite, più volte, da ampie urne dove riposano i resti di 100 militi ignoti (in tutto riposano qui oltre 10.000 italiani senza un nome).


E allora anche quella scritta scolpita “Gloria a Voi soldati del Grappa”, riacquisisce un senso diverso, nel sacrificio di una generazione di giovani italiani. 




 Si impongono il silenzio e il rispetto, non altro…
Corinne sull' "attenti"...
anche la mia cagnolina Corinne (come avvenuto negli ultimi anni solo due volte, in luoghi altrettanto, seppur in modo completamente diverso, evocativi come La Madonna della Gelata e il Sass Malo) si ferma spontaneamente, rimanendo quasi sull’ “attenti”… non sarà così, ma a me piace pensare ugualmente che i cani sentano vibrazioni particolari.

Così, si sale verso il culmine lungo la Via Eroica, che arriva fino al Portale di Roma, un massiccio edificio costruito con grossi blocchi di pietra dove campeggia un’altra scritta “Monte Grappa tu sei la mia patria”… primi versi della canzone sentita da bambino… e il cerchio, apertosi in mattinata sulle reminescenze scolastiche e sui “sublimi sacrifici”, ora si chiude completamente. 

Poco più in la, in vista delle vette dolomitiche, il settore austro-ungarico riunisce le spoglie di altri 10.000 ragazzi, con un’altra divisa, anch’essi quasi tutti ignoti.
Di che reggimento siete /Fratelli?/Parola tremante/Nella notte/ Foglia appena nata/Nell’aria spasimante/ Involontaria rivolta/ Dell’uomo presente alla sua/ Fragilità/ Fratelli
(Giuseppe Ungaretti)

lunedì 13 febbraio 2017

"Arte Sella", natural experience in Valsugana...

“…Tra vent'anni la gente si accorgerà che c'è stata la creazione della natura che ha dialogato con l'uomo. Che è poi quello che l'uomo ha sempre fatto. La dimenticanza è solo la nostra di non sapere, di non riconoscere più”.

E’ stato un suggerimento di chi mi ha amorevolmente ospitato in un b&b a Bieno, il piccolo borgo “finestra” della Valsugana (Trentino) a condurmi ad “Arte Sella”. All’inizio non ho ben capito di cosa si trattasse, poi, vedendone un depliant illustrativo ho riconosciuto, scavando un po’ nella memoria, non visiva ma “televisiva”, la “Cattedrale vegetale”, l’opera (se così si può dire) più nota di questo straordinario percorso artistico-naturale… ricordavo infatti qualche servizio tv a riguardo.
La "Cattedrale vegetale" di Giuliano Mauri, opera-simbolo di Arte Sella
L’invito, così corroborato, è quindi accolto. Si va… ma un minimo di documentazione, prima, è necessario. Leggo qualcosa… cercando di entrare (o meglio, di immaginare) non in un percorso di Land Art, ma  in qualcosa di completamente diverso.

Mentre da Borgo Valsugana si sale in auto lungo una piccola e meravigliosa insenatura laterale, la Val Sella, la cosa che più mi colpisce nella lettura delle brochure che la compagna dei miei vagabondaggi mi sta facendo è relativa all’incipit di questa esperienza. “Fare Arte Sella”: nel 1986 un’idea del tutto “rivoluzionaria”, quella dei tre amici Carlotta Strobele, laureata in filosofia di origine austriaca, Emanuele Montibeller, commerciante e artista di Borgo Valsugana ed Enrico Ferrari, architetto, pittore e urbanista… creare un percorso in cui natura, arte e uomo si integrano in un insieme in continua evoluzione.  “Fare Arte Sella”, in quegli anni a Borgo Valsugana era diventato un comune e ironico modo di dire che indicava qualcosa di astruso, velleitario… in definitiva un inutile gioco di pochi. Fortunatamente quella felice e libera intuizione si è via via trasformata in un percorso che nel tempo ha raccolto l’adesione di artisti provenienti da tutto il mondo e che ormai richiama in questa discosta valletta alpina decine di migliaia di eterogenei visitatori ogni anno.

"Bosco geometrico" di Urs Twellmann
Appropinquandosi alla testata della valle, si lascia la macchina e si prosegue a piedi per un quarto d’ora circa su una stradina tra boschi e pascoli… già una sorta di “decompressione” prima di entrare in un più autentico contatto con l’ambiente naturale circostante. A Malga Costa la giornata è fredda e lattiginosa in questo strano inizio (senza neve) inverno 2016, che un po’ assomiglia all’autunno, ma ha ormai perso la sua completa vividezza cromatica. Si entra in un composito bosco misto, comunque luminoso… abeti, larici, betulle, carpini, faggi… ed ecco l’incontro con le creazioni artistiche, quasi tutte in legno o in materiali che, nel loro ciclo di trasformazione, con i dovuti tempi, saranno destinate a essere “riassorbite” nella natura.
"Vento di Sella " e "Attraversare l'anima" rispettivamente di  Anthony Howe e di Will Beckers
E’ questo il senso del progetto artistico, un’osmosi tra uomo “artista-non protagonista” e natura in continuo divenire, anche se non immediatamente percepibile, completamente nella traccia dell’opera simbolo di “Arte Sella”, la “Cattedrale vegetale” di Giuliano Mauri (1938-2009) che affermò: “
All'interno di questi artifici che io sto costruendo ci saranno delle piante di carpino. Costruisco artifici per accompagnare le piante nei vent'anni che servono loro per diventare adulte. Dopo questo tempo le strutture sono destinate a marcire, a diventare terra.
"0121-1100=115075" di Jaehyo Lee
Al loro posto, stante una potatura annuale, ci saranno ottanta piante a forma quasi di colonna che ricorderanno comunque il mio lavoro. Quattro filari di alberi per la cattedrale che ho sempre sognato…”.
"La Cattedrale vegetale" di Mauri
Le opere si susseguono nel percorso di visita e ognuna ti dà un’emozione particolare… i titoli sono normalmente didascalici, “Villaggio Vegetale”, “Alveare”, “Bosco geometrico”, “Stupa” ecc. Scelta voluta?
"Il ponte" (realizzato con carta pressata) di Steven Siegel


"Il quadrato" di Rainer Gross

"0121-1100=115075"
E’ una cosa che non disturba anzi, forse anche questo è un invito al ritorno verso un percorso lineare, semplice e non banale, in una parola… naturale. Alla fine, stranamente, non mi è venuta assolutamente in mente la consueta tipica domanda che ci si fa all’uscita di un museo o di una galleria d’arte ovvero: “Quale opera mi è piaciuta di più?”.
All'interno di "Senza titolo" di Aeneas Wilder

"Tana libera per tutti" di Patrick Dougherty
Originali, innovative, ironiche, evocative… ma ciò che colpisce è l’armonia complessiva che si esalta ancor più nel gioco di prospettive tra il bosco e le creazioni… prospettive volute o anche casuali nel divenire delle stagioni? Forse solo… naturali. Ma non è il caso di farsi troppe domande… si esce con la sensazione di aver vissuto una relazione particolare, un dialogo con la natura - intimo, esclusivo e segreto per ogni sensibilità personale - mediato dalla creativita artistica.
                                                
Testo e foto con autorizzazione di "Arte Sella"

lunedì 30 gennaio 2017

Feltre, la silente città dai muri che parlano

Al cospetto di un antico stemma affrescato su una parete, in alto, nel bel mezzo di persiane aperte, mi è improvvisamente tornato in mente il titolo di un vecchio film cult di Pupi Avati, “La casa delle finestre che ridono”.
Risalendo (tra viottoli ed erte scalinate) verso il nucleo più antico di Feltre - cittadina della provincia bellunese non lontana dal corso del fiume Piave - arroccato a dominio della piana sottostante, lo sguardo è naturalmente attirato all’insù.
La "porta Oria" a Feltre


Le strade, fiancheggiate da antichi palazzi in stile veneziano, convergono verso il culmine del colle fino alla scenografica Piazza Maggiore e al severo castello di Alboino.
Piazza Maggiore a Feltre (Belluno)

A differenza della vivace “Feltre del piano” qui, nel centro storico, in una fredda giornata invernale, dominano il silenzio e la pace, fors’anche per quasi totale assenza di esercizi commerciali.
Il castello di Alboino
Per la solare Beatrice, compagna di buona parte di tutti i miei vagabondaggi, Feltre (perlomeno il suo centro) ha un’anima “abbandonata a se stessa”, un po’ triste. Forse è così, tuttavia la sua aura antica oltra a  un passato importante, li percepisci nettamente.

Sono i muri a parlare per Feltre, in un caleidoscopio di scritte, iscrizioni, affreschi, graffiti di ogni tipo e di ogni epoca. C’è da divertirsi a leggere e a guardare… si passa da scene religiose dipinte  alla scoperta di giovanili vicende del Goldoni, descritto come “giocondo poeta della commedia italiana” che qui “immaginò le argute scene del ‘Buon vecchio’ e della ‘Cantatrice’”, dalla laconica lapide sotto il monumento di Panfilo Castaldi “scopritore generoso dei caratteri mobili per la stampa” all’invito ai clienti all’esterno di un’antica “bottega di caffè e giuoco di bigliardo”.



La “Farmacia Fabris” mostra, sopra scuri chiusi immagino da tempo, una ancora ben leggibile insegna dipinta con maestria, incuriosendo per un’entrata “sopraelevata” rispetto al piano stradale.
E anche i muri del castello di Alboino, effettivamente di origine longobarda, non si sottraggono a parlare, questa volta con motti “eroici” ben più recenti, illeggibili, ma con una firma, ben nota, cancellata dalle sassate e un simbolo triangolare della stessa epoca, almeno credo.

Nel cortile del castello di Alboino, scritte del ventennio fascista
La massiccia torre dell’orologio a lato del composito maniero, non rivela scritte… ma il suo enigmatico aspetto antropomorfo, sembra lanciare una voce, quasi un canto baritonale difficile ormai da cogliere, veleggiando in alto, sopra il piano della contemporaneità.