martedì 14 luglio 2015

Agogna, il torrente più lungo d'Italia (1° puntata)

Trovare una piccola falla nelle articolate e illimitate informazioni della rete su uno degli innumerevoli interrogativi che possono balenare improvvisamente in mente è quasi impossibile. Forse, e sottolineo forse, sono riuscito nell'impresa, mettendo ovviamente in conto di essere clamorosamente smentito. Non ho finora trovato traccia infatti di un'ipotetica classifica dei torrenti più lunghi d'Italia. Lacuna di "enorme" importanza (... si fa per dire, eh!) scoperta grazie a quella punta di spirito campanilistico che alberga in ogni italiano. E chi occupa - secondo me - al primo posto, ovviamente è delle mie parti...
Il torrente Agogna presso la sua confluenza nel Po
Il torrente in questione si chiama Agogna e scorre tra Piemonte e Lombardia, attraversando le province di Novara, un "pezzettino" di Vco,  e di Pavia,  raggiungendo la ragguardevole lunghezza di 140 km, dalle sorgenti alle falde del Mottarone fino alla sua confluenza nel grande Po. Per la verità se andiamo a vedere la classifica dei fiumi d'Italia, l'Agogna è inserita al 28° posto assoluto... ma allora è un fiume? Assillato da questo amletico dilemma, cui  tenterò di dare una risposta definitiva nella prossima puntata, mi sono messo in mente di seguire o meglio di inseguire il corso del torrente a ritroso, saltabeccando qua e là e risalendo fino al suo scaturire... così, tanto per togliere un po' di anonimato al corso d'acqua più tipicamente legato ai miei campanili. Scoprendo che poi così anonimo non è.
Nei pressi di Balossa Bigli...
In un'estate pazzescamente calda, sfidando zanzare e moscerini di ogni specie, cartina alla mano, ho cominciato quindi dal fondo, presso un piccolissimo villaggio dal nome improponibile: Balossa Bigli (frazione di Mezzana Bigli) in provincia di Pavia, sulle rive del Po.
E' lì, quasi mimetizzata in un boschetto, che si raggiunge, con un po' di fatica, la confluenza dell'Agogna nel Po. Confluenza quasi timida, al cospetto del grande fiume. 
... l'abbraccio col grande fiume
Eppure ci fu un periodo della storia in cui, geo-politicamente parlando, il piccolo torrente visse un attimo di notorietà: quando, in epoca napoleonica, a qualcuno venne in mente di battezzare le divisioni amministrative con i nomi dei corsi d'acqua, noti o meno noti che fossero.  
Ed ecco,  tra il 1800 e il 1814, la stagione del Dipartimento dell'Agogna, territorio che comprendeva le attuali province del Vco e di Novara e parte di quella di Vercelli e di Pavia.
L'Italia napoleonica dei dipartimenti "fluviali"
                        Chissà perché  "Dipartimento dell'Agogna" e non del - ben più importante - "Ticino"? 
Mentre mi pongo questo interrogativo senza risposte, vagando tra le stradine della plaga risicola Lomellina e risalendo il corso d'acqua, incontro  un piccolo gioiello architettonico - ovviamente chiuso - che quasi si appoggia sulle sue rive: la Pieve di Velezzo con il battistero romanico del XI secolo, non a caso situato vicino all'acqua. Non lontano da questo luogo dimenticato, il paese di Lomello, che dà nome a questa terra, con il complesso monumentale di Santa Maria comprendente la basilica e un altro magnifico battistero paleocristiano.

Tra le risaie e il torrente, la Pieve di Velezzo
Non male le sorprese dell'Agogna...

Si prosegue verso nord con una quasi impercettibile salita verso la pianura novarese, dove l'Agogna scorre libera, capace di sorprendere la campagna con le sue impetuose piene, erodendo inesorabilmente rive che si rivestono di inusitata wilderness, se si pensa che si è a pochissimi chilometri da Novara.
L'Agogna a Monticello, a pochissimi km da Novara

Già, il centro più importante lambito dal torrente. Quell'Agogna amatissima dai novaresi, specie quelli "di una certa età" che ne esaltano, un po' nostalgicamente, lontane stagioni di rinfrescanti bagni estivi, pesche miracolose, amori adolescenziali sbocciati sulle sue rive e, addirittura, presunte saluberrime proprietà... se è vero che qui sorgeva una colonia elioterapica per i bambini, attiva addirittura ancora per molti anni nel dopoguerra.
La colonia elioterapica, come si presenta oggi
A proposito, mettendo al bando i sentimentalismi, e tornando al dilemma di partenza, non posso non notare che fino a questo punto in tutti i luoghi dove ho varcato ponti sull'Agogna, i cartelli toponomastici non hanno avuto dubbi: "Torrente Agogna". Del resto anche su tutte le cartine moderne non ho mai trovato associata la definizione "fiume". Bene, 1 - 0 
per l'Agogna come torrente più lungo d'Italia, anzi 2 - 0 (tenendo pure conto che scorre proprio dietro lo stadio intitolato a Silvio Piola). Proseguo nella mia ricerca puntando decisamente verso nord, nell'alta pianura novarese, dove già si intuisce nettamente, malgrado la foschia,  la vicinanza con le montagne. L'Agogna scende con un fare tipico da understatement piemontese, tenendosi a "distanza di sicurezza" dalle principali direttrici stradali, quasi a voler ricordare i tempi di antichi guadi ormai scomparsi e ritornando "protagonista" solo a Borgomanero, dove si insinua nel centro della cittadina, ormai in vista del Mottarone. Poco più in là, il paese di Briga Novarese, dove mi attende una sorpresa, un po' sgradita.

mercoledì 1 luglio 2015

Gattico, quella pietra "impregnata" di umanità

Preia d’Argòi, Sass dal burlin, Preia güzza, Preia da scalavè, Sass Malò... sulle modeste alture a meridione del Lago Maggiore, ci sono luoghi dove le pietre (preie o sass a seconda dei casi) si chiamano per nome, rigorosamente in lingua locale. E' una specie di composito argine, quello che chiude il Verbano: nient'altro di ciò che rimane di antiche colline moreniche, modellate dalla forza degli antichi ghiacciai. Gli stessi che scavarono il solco del Verbano e di altri laghi prealpini. E' un ambiente strano, quello di questi dossi del medio novarese, dove si respira un'atmosfera particolare, oserei dire ancestrale, oltre il tempo.
Il tipico bosco delle colline moreniche a meridione del Verbano
E' qui - in genere mimetizzati tra fitti boschi - che si incontrano le pietre "con un nome", i
massi erratici, "imponenti blocchi rocciosi trasportati dal ghiacciaio e depositati dove capitava quando questo si è ritirato". Al di là dell' asettica definizione, l'incontro con un masso erratico ha in sé qualcosa di sacrale... E in effetti queste gigantesche pietre sono conosciute per la memoria di antichissimi riti pagani che sono sopravvissuti fin quasi in epoche moderne.
Appare il "Sass Malò"
Da quanto tempo sono lì questi "regali" lasciati dall'ultimo grande periodo glaciale? Forse 12-13 mila anni... un niente nella storia della terra, ma un periodo immenso se paragonato alla vita di un uomo. Diciamo che sono "da sempre" lì quelle pietre, solitarie, imponenti... da rispettare. Così come lo facevano le tribù celtiche autoctone che le consideravano magiche, taumaturgiche, depositarie di profonde forze naturali. Non è difficile immaginare riti druidici quando ci si trova di fronte al
Sass Malò, presso Gattico.


Per arrivarci bisogna addentrarsi in un fitto bosco dove le specie autoctone come il pino silvestre e la farnia contendono a fatica il terreno all'onnipresente robinia. Il Sass pare nascondersi fino all'ultimo fin quando appare nelle sue dimensioni. Un incontro condito da un minimo di inquietudine. Non per niente il suo nome deriverebbe da malo loco, luogo malvagio, pericoloso, da evitare o addirittura da temere, secondo la chiesa medioevale, così come tutti gli antichi siti di culto pagani. Non è un caso che in epoca successiva si tramandava la leggenda che il Sass fosse stato depositato da perfide streghe durante un'alluvione. Mentre sotto il masso si trovava l'antro delle megere, tra cui Mangiamatài, strega mangia bambini. Una pietra adibita per secoli anche per propiziare la fertilità delle donne, con lo sfregamento del corpo su di essa.
Ma, dopo un momento di circospezione, non si può che rimanere ammaliati da questa piccola meraviglia della natura. Anzi, la sensazione di possanza e insieme di pace di questo luogo ha contagiato la mia piccola Corinne, che, incurante degli invitanti odori del bosco, ha preferito per un po' accucciarsi ai piedi della roccia, senza che io le indicassi nulla. Mi piace pensare che lei abbia sentito qualcosa di "speciale", parlando con la pietra in una lingua che noi  ormai abbiamo dimenticato.
Un "dialogo" tra Corinne e il "Sass Malò"?
Una pietra in qualche modo impregnata di umanità, di storie antiche di uomini e donne che sono passate di qui, di sortilegi, di paure, di superstizioni ma anche di quel rispetto per la natura tramandato per generazioni e ora quasi svanito negli ultimi decenni. Un'osmosi da vivere anche con un "semplice" masso, come insegnano sensibili parole dei nativi americani:
Io sono una roccia, ho visto la vita e la morte,
ho conosciuto la fortuna, la preoccupazione e il dolore.
Io vivo una vita da roccia.
Sono una parte di nostra Madre, La Terra.
Ho sentito battere il suo cuore sul mio,
ho sentito i suoi dolori e la sua gioia.
Io vivo una vita da roccia....
….Io sono parente delle stelle.
Io posso parlare, quando conversi con me
e ti ascolterò, quando parlerai...

mercoledì 10 giugno 2015

Roero, quel Piemonte delle vetrine lontane...

Non che non sia conosciuto, però rispetto alle vicine e celebratissime Langhe, è un po' un fratello minore. Arroccato sulla sponda sinistra del Tanaro, in provincia di Cuneo... forse che al territorio del Roero manchi un cantore della notorietà dei langaroli Cesare Pavese o Beppe Fenoglio? Chissà... non considerando la sua piccola capitale (un po' una storia a sé) la città di Bra, patria di Slow food, il Roero, rispetto alle Langhe, dà più il piacere dell'inedito, vagando tra un paesino e l'altro.
Paesaggio della regione del Roero (Cuneo)
Nella scoperta di un intimo "vecchio Piemonte", più ritroso a svelare radicate tradizioni contadine della terra e del cibo. Sì, perché è una terra imperdibile nei suoi sapori anzi... profumi. Lasciando pure da parte gli intensi aromi del
Roero Arneis o dei nebbioli di queste colline, a volte un po' scoscese e dall'aspetto non così placido, è davvero il naso a guidarti. Nel tardo maggio, l'esperienza sensoriale principe nel paesino di Sommariva Perno è quella della fragola nostrana. Siamo ai piedi di un maniero acquistato da Vittorio Emanuele II per la sua amante e poi moglie morganatica Rosa Vercellana, la famosa Bela Rosin. Luogo discosto e discreto, Sommariva, dove ti viene indicato l'anziano contadino che si dedica da decenni, con immutata passione e dedizione, alla coltivazione naturale del frutto. E te lo porge e te lo fa assaggiare appena colto, non dissimulando un certo e giustificato orgoglio per l'ennesima stagione ben riuscita.
 Renzo, "mago" delle fragole di Sommariva Perno (Cn)
Così, lasciando questo borgo, porti con te un delicato profumo di primavera che sembra permanere nella tua memoria olfattiva a lungo... fino a quando non viene scalzato da un altro, tra i tanti del Roero. Sono profumi che, a seconda dei casi, possono sfiorarti, adescarti, abbracciarti e, alla fine, prenderti completamente. 

Canale, in una piana circondata dai colli, è una piccola cittadina non lontana ma un po' diversa da Sommariva, un luogo nel quale  si riesce a cogliere immediatamente l'autentico spirito piemontese della "Provincia granda", Cuneo, di cui fa parte. 
Chiese barocche, classiche case con mattoni a vista e, soprattutto, quei bassi portici che, con fare da understatement, affiancano le strette vie del centro.
I portici di Canale (Cn)
 
Lì sotto, ancora resistono vetrine di angusti negozietti dagli scaffali di legno, lontane anni luce da pretenziose esposizioni internazionali, da ipermercati e centri commerciali.
Passeggiando sotto i portici, ancora prima di ammirare la vetrina, sembra che una forza misteriosa e inebriante, dandoti un leggero tocco, ti fermi e ti dica: "entra un po' più avanti, a destra, non te ne pentirai!". Per coloro che ritengono il formaggio una delle cose per cui l'umanità è da considerarsi meravigliosa, quella piccola esposizione casearia già t'illumina di sensazioni.
A Canale, una vetrina "lontana", cui è molto difficile resistere...
Poi, ovviamente, entri, e sei completamente avvolto da un aroma irresistibile... gastronomicamente afrodisiaco, mi vien da dire. Le essenze di quei formaggi, il meglio della produzione del Roero e dei territori vicini, si fondono in un unicum indescrivibile che a volte cede per un attimo all'inteso profumo che arriva dall'apertura di una latta di tonno o di
acciughe sotto sale (altra tipicità di antica tradizione) per poi riprendersi la ribalta.
L'amore di gesti antichi
Qui ti dimentichi del colesterolo, anzi... i negozianti, nei cui gesti si percepisce nettamente l'amore incondizionato per ciò che propongono, ti consigliano verso quel formaggio che "sarebbe" più magro. Ma qui davvero vorresti portarti a casa tutto. Portare con te un po' di profumo antico, non solo dei cibi ma anche della gente, dei rapporti umani, di una vita meno frenetica. In Italia ci sono ancora posti così. Chissà, sarò un vecchio illuso (a anche un po' integralista) ma, forse, al posto di una gita scolastica qualunque, dove è necessario trovare immeditamente una moderna greppia dove sbranarsi un Big Mac, una puntata a Canale o a Sommariva potrebbe aprire gli occhi a qualche giovane sulla ricchezza del nostro patrimonio gastronomico e umano. Una fantastica varietà che è anche un po' il nostro limite. De Gaulle diceva della Francia: "Come si può governare un paese che ha duecentoquarantasei varietà differenti di formaggio?". Noi pare che ne contiamo più di cinquecento...

mercoledì 3 giugno 2015

Un "borgo silenzioso d'Italia"... Lingueglietta

Capita, vagabondando qua e là, di imbattersi nell'insegna "Borghi più belli d'Italia", associazione che raccoglie piccoli centri della Penisola considerati di particolare armonia architettonica nel tessuto urbano e di spiccato interesse storico o artistico. Motto del club, che conta ormai più di 200 "soci" dalle Alpi alla Sicilia, è "il fascino dell'Italia nascosta". 
Lingueglietta, frazione di Cipressa, nell'entroterra imperiese


Certo è che tutte le volte che termina la visita in uno di questi villaggi o paesini (a volte neanche tanto... "ini") ci si interroga su quel concetto di bello, così generico, impegnativo e insieme opinabile.
Ognuno di questi borghi meriterebbe una caratterizzazione in più, forse una sottocategoria. Così Lingueglietta, nell'entroterra imperiese, e' diventata, nel mio personale "club mentale", "uno dei borghi più silenziosi d'Italia". E' questa la caratteristica che mi è rimasta impressa dopo che ho avuto la fortuna di andarci in un giorno feriale di fine aprile. 
Un incontro nei carruggi...
Sì, perché mi immagino che nel periodo estivo... non che sarà presa d'assalto da orde di turisti, ma qualche anima in giro in più ci sarà sicuramente grazie a qualche casa di vacanza e locale aperto. Invece, nel nucleo antico e ben conservato di questa frazione del comune di Cipressa, gli unici incontri sono stati con un gatto e con il vento che si intrufolava nei tipici carruggi liguri. 
La chiesa-fortezza di S.Pietro
Per il resto, la pace assoluta in questo agglomerato quasi arroccato su se stesso. Non è un caso che il luogo della sacralità sia dedicato a san Pietro e la chiesa sia una vera e propria "chiesa-fortezza".
Bello incontrare il silenzio... echi di voci perdute, di un antico mercato, ce le possiamo immaginare sotto un portico (quello dove ci ha sorpreso il gatto, con un' aria che sembrava dire "ma che ci fai qui"?) dove incastonate nella pietra compaiono antiche unità di misura per i prodotti di questa terra: olio, vino e grano. Tra un carruggio e l'altro si coglie l'azzurro del Mar Ligure, vicinissimo ma lontano nello stesso tempo perché quella di Lingueglietta è veramente un'altra dimensione rispetto al brulicare della costa del Ponente ligure.
Antiche unità di misura liguri

Qui il tempo si è quasi cristallizzato, sembra scorrere più lentamente. Anche se il motto della meridiana ammonisce saggiamente:  "Al sol misuro i passi, all'uom la vita". Ad di là dell'appartenenza a club, veri o mentali che siano, Lingueglietta è un luogo che ha un'anima... forse la stessa di quella pianta, rustica ma dai fiori profumatissimi, che si avvolge pervicacemente per sopravvivere a qualsiasi supporto che incontra, tanto amata  e ammirata da Pier Paolo Pasolini:

                  “… e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire”

domenica 17 maggio 2015

La Casa dell'albero... una lotta tra uomo e natura


A volte la natura si prende la rivincita sugli interventi umani. Altre volte succede il contrario: è l'uomo che, proditoriamente, restituisce lo sgarbo... magari anche in maniera incomprensibile.
Nei pressi di Castellazzo Novarese, nel bel mezzo delle risaie, resiste da tempo immemorabile una solitaria costruzione semidiroccata.

Cosa fosse in passato ormai nessuno se lo ricorda più. Un semplice cascinotto, un'abitazione rurale o un deposito di attrezzi agricoli... certo è che negli anni deve aver visto passare dentro e intorno a sé tante storie. Io la conosco come soggetto fotografico amato da molti per quel suo "essere" immutabile in mezzo allo scorrere della stagioni, con alle spalle la scenografica quinta delle Alpi Occidentali. Anzi no, tutt'altro che immutabile perché nei decenni - da quando il tetto aveva ceduto all'incuria - al suo interno era cresciuta, rigogliosa, una pianta di ciliegio selvatico. Per me è sempre stata la "Casa dell'albero", semplicemente, non andando più di tanto ad indagare cosa fosse, di chi fosse, perché fosse stata abbandonata. Misteriosa e bella da vedere, nella sua "rinaturalizzazione", con quella pianta fiorita che ne segnava ogni primavera in più. E, attorno, le risaie che si adeguavano alla mise paesaggistica stagionale nei loro cambiamenti cromatici.

                    La "Casa dell'albero" in estate...
                                                                                                      



                                                                         autunno e...

... inverno
Poi un giorno qualcosa è cambiato. L'albero è sparito e la casa è rimasta sola e questa volta, sì, è divenuta insensibile allo scorrere del tempo, salvo quel progressivo e continuo decadimento, impercettibile al nostro occhio nel suo divenire. Vendetta umana al tentativo della natura di ingentilire un rudere, come solo lei sa fare? Chi lo sa? Forse la semplice incapacità di cogliere e lasciarci incantare dalla bellezza che ci è vicino. Ma, se persa è una battaglia, la guerra è ancora lunga. All'interno della casa, ogni primavera rinvigoriscono piantine e arbusti. Alla fine qualcuno potrà vedere a chi spetterà la vittoria...
La "Casa dell'albero" - senza albero - come si presenta oggi

mercoledì 22 aprile 2015

Oratorio di Crego, il misticismo delle pietre...

A volte il confine tra follia e santità può essere davvero sottilissimo. Tanto più se si tratta di indagare su una storia di circa un secolo e mezzo fa, alimentata nei tempi da dicerie popolari più o meno attendibili.
Sul lato orografico sinistro della Valle Antigorio (Alto Piemonte), appollaiato su uno sperone roccioso dominante la valle, si erge un singolare oratorio, circondato da un elegante peristilio semicircolare in serizzo, la tipica pietra locale. Il luogo si chiama Crego, piccolo villaggio raggiungibile solo attraverso una deviazione dalla statale di valle.
La gola di Balmafredda
Insomma, per giungere qui, bisogna proprio "volere" arrivarci, passando attraverso la scenografica gola di Balmafredda e risalendo il versante per una stretta stradina. 

Un tempo il paesino aveva un proprio parroco, ma non c'è da stupirsi se ci si rapporta all' "abbondanza" di preti dei secoli scorsi e a una devozione un tempo assai viva nelle genti di montagna e soprattutto in questa valle. Crego, attorno al 1850, contava su 94 anime e quando la parrocchia fu assegnata a Don Lorenzo Dresco, nativo di Varzo, in val Divedro, il nuovo pastore decise subito che l'antica chiesetta dei santi Rocco e Francesco era troppo piccola per la fervorosa fede delle sue pecorelle.
L'oratorio di Crego in Valle Antigorio, costruito da Don Lorenzo Dresco
Come fare? Senza alcun indugio Don Lorenzo iniziò a costruirne una, da solo, completamente con le sue mani, trasformandosi in muratore e scalpellino.

Una fatica ciclopica, se si considerano anche i tempi, i luoghi e i mezzi tecnici, durata dal 1852 al 1878.
Le colonnine in serizzo del peristilio
Un progetto che già poteva suggerire, in qualcuno, di essere figlio di una mente non proprio equilibrata, e che contribuì, ancora in vita, a tratteggiare come leggendaria la figura di Don Lorenzo. Prete generosissimo con i poveri e, al tempo stesso, votato a un misticismo indotto anche da un rigore inflessibile verso se stesso. Tra le testimonianze dirette sulla sua vicenda umana - poche peraltro - tal Francesca Piretti, per otto anni al suo servizio come perpetua, racconta che tutte le mattine, alle ore 3, Dresco si sottoponeva al cilicio e all'autofustigazione a sangue; a detta della donna pare che "giunse a dormire sul nudo pavimento nel solaio della chiesa, ove si conserva ancora la pietra che gli faceva da guanciale". Da qui ad alimentare voci di pazzia da parte di alcuni il passo fu certamente breve. 
Ma anche di santità, se è vero che negli ultimi anni delle sua vita il villaggio di Crego vide "un gran concorso di forestieri che da ogni parte veniva ed egli tutti rimandava soddisfatti e consolati". 
L'urna con i resti di Don Dresco

 
Sfinito dalle privazioni, dalla fatica e dalla malattia, forse una polmonite, morì nel 1878 all'età di 70 anni e, tra i più anticlericali, c'è chi affermò che finì i suoi giorni in conclamata pazzia. 
Ebbe un funerale povero e i suoi resti finirono addirittura in una fossa comune nel camposanto del non lontano paese di Mozzio, per essere poi riesumati nel 1902 e deposti prima nel cimiterino di Crego poi, in anni recenti, doverosamente, in un'urna esterna della "sua" chiesa.
Oggi resta la memoria di un uomo consolidata - nella sfida col tempo che scorre - dalle pietre dell'originale oratorio di Crego. Don Lorenzo Dresco, santo o folle?


  Di sicuro uomo deciso a realizzare il suo sogno, libero da ogni condizionamento. 
La statua della Libertà in versione... montana

E forse non è un caso che a poche centinaia di metri dall'oratorio si possa incontrare, lungo la strada, una singolarissima scultura "arborea" che un estroso valligiano ha ricavato da ciò che restava di un vecchio tronco e dai suoi rami, e nella quale si riconosce facilmente l'ispirazione al monumento simbolo dell'America. 
Che qui a Crego mi piace immaginare dedicata a quel senso di libertà, magari un po' anarcoide, insito nel dna dei montanari e che certo infuocava lo spirito anche del  "santo-folle" Don Lorenzo Dresco.

martedì 14 aprile 2015

La chiesetta delle storie prigioniere di Fara

Quanta umanità avranno visto queste mura dimenticate? In genere è la domanda che mi pongo quando sono di fronte a un'antica costruzione abbandonata, destinata senza alcuna colpa all'oblio e all'incuria. La chiesetta della Beata Vergine Addolorata presso Fara Novarese, più semplicemente la "Madonna dei Campi" è un ex edificio sacro, di non eccelso valore artistico, come ce ne sono tanti sparsi in Italia. Avvicinandosi, in piena campagna, alla semidiroccata costruzione seicentesca, non si può non essere colpiti dalla grande scritta "ti amo", verniciata su un orrendo portone metallico che ne chiude l'entrata. 
La chiesetta abbandonata della "Madonna dei Campi" a Fara Novarese
Poi ti affacci alle inferriate e ti sporgi a sbirciare dentro, cogliendo la desolazione dell'interno, quasi spoglio. Resistono un paio di affreschi e un piano d'altare di una certa eleganza.
L'interno del tempio abbandonato
Allora ti vien da pensare alle vicende della gente che, per qualche secolo, ha frequentato la chiesetta. Le preghiere, le imprecazioni, le cerimonie, i canti, i peccati, i sermoni più o meno ispirati, il dolore degli ammalati di colera qui ricoverati in una sorta di lazzaretto e... chissà quante altre cose, compreso l'ascetismo di frati francescani eremiti che qui trovarono rifugio in un lontano passato. Tutto svanito. Tutto dimenticato. Solo i muri rimangono impregnati di storie, voci, sensazioni, pensieri che invano cerchi di percepire. E se qui dentro fosse passato qualche assassino, magari a chiedere perdono? Chissà perché... ma questa chiesa così solitaria mi fa venire in mente l'ambientazione rurale di una mistery story immortalata in uno dei primi film di Pupi Avati, "La casa dalle finestre che ridono". 

Il lucchetto "galeotto"
E mentre invano cerchi di frugare nella memoria qualche parallelismo tra la "Madonna dei Campi" e la cascina del film con le inquietanti finestre dipinte, ecco che, a pochi centimetri dal naso, noti sull'inferriata un unico, semiarrugginito lucchetto... un'altra storia. Sarà la stessa di chi ha verniciato il "ti amo" sul portone o un'altra? Quel lucchetto e quella scritta avranno ancora un significato per i loro autori o sono figli di un'effimera e giovanile stagione di passione?
La tangenziale "misteriosa"
Pure in questo caso, segreti imprigionati nelle antiche pareti del tempio abbandonato, che non possono scappare di qui. 
E' ora di tornare, curiosamente percorrendo un deserto nastro d'asfalto che quasi lambisce la chiesetta. E' la tangenziale - "figlia di un appalto minore" - del paese di Fara Novarese, che attende da anni di essere completata in tutta la sua lunghezza.
Anche questa un'altra storia o forse un mistero che solo i muri della "Madonna dei Campi" possono sapere... o forse neanche loro.