mercoledì 22 aprile 2015

Oratorio di Crego, il misticismo delle pietre...

A volte il confine tra follia e santità può essere davvero sottilissimo. Tanto più se si tratta di indagare su una storia di circa un secolo e mezzo fa, alimentata nei tempi da dicerie popolari più o meno attendibili.
Sul lato orografico sinistro della Valle Antigorio (Alto Piemonte), appollaiato su uno sperone roccioso dominante la valle, si erge un singolare oratorio, circondato da un elegante peristilio semicircolare in serizzo, la tipica pietra locale. Il luogo si chiama Crego, piccolo villaggio raggiungibile solo attraverso una deviazione dalla statale di valle.
La gola di Balmafredda
Insomma, per giungere qui, bisogna proprio "volere" arrivarci, passando attraverso la scenografica gola di Balmafredda e risalendo il versante per una stretta stradina. 

Un tempo il paesino aveva un proprio parroco, ma non c'è da stupirsi se ci si rapporta all' "abbondanza" di preti dei secoli scorsi e a una devozione un tempo assai viva nelle genti di montagna e soprattutto in questa valle. Crego, attorno al 1850, contava su 94 anime e quando la parrocchia fu assegnata a Don Lorenzo Dresco, nativo di Varzo, in val Divedro, il nuovo pastore decise subito che l'antica chiesetta dei santi Rocco e Francesco era troppo piccola per la fervorosa fede delle sue pecorelle.
L'oratorio di Crego in Valle Antigorio, costruito da Don Lorenzo Dresco
Come fare? Senza alcun indugio Don Lorenzo iniziò a costruirne una, da solo, completamente con le sue mani, trasformandosi in muratore e scalpellino.

Una fatica ciclopica, se si considerano anche i tempi, i luoghi e i mezzi tecnici, durata dal 1852 al 1878.
Le colonnine in serizzo del peristilio
Un progetto che già poteva suggerire, in qualcuno, di essere figlio di una mente non proprio equilibrata, e che contribuì, ancora in vita, a tratteggiare come leggendaria la figura di Don Lorenzo. Prete generosissimo con i poveri e, al tempo stesso, votato a un misticismo indotto anche da un rigore inflessibile verso se stesso. Tra le testimonianze dirette sulla sua vicenda umana - poche peraltro - tal Francesca Piretti, per otto anni al suo servizio come perpetua, racconta che tutte le mattine, alle ore 3, Dresco si sottoponeva al cilicio e all'autofustigazione a sangue; a detta della donna pare che "giunse a dormire sul nudo pavimento nel solaio della chiesa, ove si conserva ancora la pietra che gli faceva da guanciale". Da qui ad alimentare voci di pazzia da parte di alcuni il passo fu certamente breve. 
Ma anche di santità, se è vero che negli ultimi anni delle sua vita il villaggio di Crego vide "un gran concorso di forestieri che da ogni parte veniva ed egli tutti rimandava soddisfatti e consolati". 
L'urna con i resti di Don Dresco

 
Sfinito dalle privazioni, dalla fatica e dalla malattia, forse una polmonite, morì nel 1878 all'età di 70 anni e, tra i più anticlericali, c'è chi affermò che finì i suoi giorni in conclamata pazzia. 
Ebbe un funerale povero e i suoi resti finirono addirittura in una fossa comune nel camposanto del non lontano paese di Mozzio, per essere poi riesumati nel 1902 e deposti prima nel cimiterino di Crego poi, in anni recenti, doverosamente, in un'urna esterna della "sua" chiesa.
Oggi resta la memoria di un uomo consolidata - nella sfida col tempo che scorre - dalle pietre dell'originale oratorio di Crego. Don Lorenzo Dresco, santo o folle?


  Di sicuro uomo deciso a realizzare il suo sogno, libero da ogni condizionamento. 
La statua della Libertà in versione... montana

E forse non è un caso che a poche centinaia di metri dall'oratorio si possa incontrare, lungo la strada, una singolarissima scultura "arborea" che un estroso valligiano ha ricavato da ciò che restava di un vecchio tronco e dai suoi rami, e nella quale si riconosce facilmente l'ispirazione al monumento simbolo dell'America. 
Che qui a Crego mi piace immaginare dedicata a quel senso di libertà, magari un po' anarcoide, insito nel dna dei montanari e che certo infuocava lo spirito anche del  "santo-folle" Don Lorenzo Dresco.

martedì 14 aprile 2015

La chiesetta delle storie prigioniere di Fara

Quanta umanità avranno visto queste mura dimenticate? In genere è la domanda che mi pongo quando sono di fronte a un'antica costruzione abbandonata, destinata senza alcuna colpa all'oblio e all'incuria. La chiesetta della Beata Vergine Addolorata presso Fara Novarese, più semplicemente la "Madonna dei Campi" è un ex edificio sacro, di non eccelso valore artistico, come ce ne sono tanti sparsi in Italia. Avvicinandosi, in piena campagna, alla semidiroccata costruzione seicentesca, non si può non essere colpiti dalla grande scritta "ti amo", verniciata su un orrendo portone metallico che ne chiude l'entrata. 
La chiesetta abbandonata della "Madonna dei Campi" a Fara Novarese
Poi ti affacci alle inferriate e ti sporgi a sbirciare dentro, cogliendo la desolazione dell'interno, quasi spoglio. Resistono un paio di affreschi e un piano d'altare di una certa eleganza.
L'interno del tempio abbandonato
Allora ti vien da pensare alle vicende della gente che, per qualche secolo, ha frequentato la chiesetta. Le preghiere, le imprecazioni, le cerimonie, i canti, i peccati, i sermoni più o meno ispirati, il dolore degli ammalati di colera qui ricoverati in una sorta di lazzaretto e... chissà quante altre cose, compreso l'ascetismo di frati francescani eremiti che qui trovarono rifugio in un lontano passato. Tutto svanito. Tutto dimenticato. Solo i muri rimangono impregnati di storie, voci, sensazioni, pensieri che invano cerchi di percepire. E se qui dentro fosse passato qualche assassino, magari a chiedere perdono? Chissà perché... ma questa chiesa così solitaria mi fa venire in mente l'ambientazione rurale di una mistery story immortalata in uno dei primi film di Pupi Avati, "La casa dalle finestre che ridono". 

Il lucchetto "galeotto"
E mentre invano cerchi di frugare nella memoria qualche parallelismo tra la "Madonna dei Campi" e la cascina del film con le inquietanti finestre dipinte, ecco che, a pochi centimetri dal naso, noti sull'inferriata un unico, semiarrugginito lucchetto... un'altra storia. Sarà la stessa di chi ha verniciato il "ti amo" sul portone o un'altra? Quel lucchetto e quella scritta avranno ancora un significato per i loro autori o sono figli di un'effimera e giovanile stagione di passione?
La tangenziale "misteriosa"
Pure in questo caso, segreti imprigionati nelle antiche pareti del tempio abbandonato, che non possono scappare di qui. 
E' ora di tornare, curiosamente percorrendo un deserto nastro d'asfalto che quasi lambisce la chiesetta. E' la tangenziale - "figlia di un appalto minore" - del paese di Fara Novarese, che attende da anni di essere completata in tutta la sua lunghezza.
Anche questa un'altra storia o forse un mistero che solo i muri della "Madonna dei Campi" possono sapere... o forse neanche loro.

domenica 15 marzo 2015

Formazza, se alla Vergine Maria manca una "r"...

E' sempre bello poter sfiorare con le proprie mani opere d'arte, anche se sono, per così dire, "figlie di un dio minore"... ma in fondo neanche tanto se possono godere di ciò che - l'essere toccate - forse è un privilegio. Nell'illusione che l'artista, attraverso il contatto tra l'opera e la tua mano, riesca a comunicarti... qualcosa in più. 
Niente di paranormale, ma una sorta di feeling senza tempo che riesce a darti delle sensazioni inusitate, a volte intuizioni.
L'oratorio di San Michele a Formazza
Nelle chiesette alpine come quella di 
San Michele a Formazza,  è un'esperienza che si può fare in tutta tranquillità, nel silenzio riverente dovuto alla lunga teoria di santi che adorna il piccolo tempio. 
Un lindo oratorio seicentesco, da pochi anni ritornato al primigenio splendore grazie a un'ottima opera di restauro. 
Gli esempi da seguire, le intercessioni da invocare per il buon cristiano erano (e sono) lì... al fedele la scelta: oltre all'immancabile San Carlo, Sant'Anna, Sant'Antonio, Santa Margherita, San Nicola e tanti altri.
Il piccolo tempio formazzino con il suo pregevole ciclo di affreschi sei-settecenteschi
Poi c'è un'immagine di devozione del 1748, tra le ultime eseguite in ordine di tempo. E' dedicata alla miracolosa
Madonna di Re, in Val Vigezzo, culto diffusissimo in tutta l'Ossola, ma non solo, testimoniato da una miriade di immagini sacre che riportano il cartiglio mariano "In gremio matris, sedet sapientia patris".
Il "ritratto" della Madonna di Re

Un'immagine consueta per chi bazzica le chiese di queste valli, tanto che mi sorprende un po' la didascalia a spiegazione di un'icona sicuramente ben nota ai pii formazzini: "Il vero ritato della sacratisima Vergine Maria miracolosa nella valle di Vigezzo in Re". L'evidente particolarità della scritta è che manca una "r", aggiunta a posteriori, in alto, tra la "t" e la "a". E qui scatta l'operazione "tattile", nella speranza che quelle parole possano raccontarmi una storia di oltre 250 anni or sono. Dietro quelle scritte, quel dipinto, c'era, e c'è, un uomo e una vicenda. Nel caso concreto certamente una vicenda "minore", ma che incuriosisce. In realtà l'esperienza mi suggerisce solo domande. Intanto, fu la stessa mano a dipingere e a incidere la didascalia? Quasi sicuramente sì, visto la grafia dei caratteri tra il cartiglio dell'affresco e la didascalia sottostante. E poi, a ben vedere, anche nel cartiglio c'è un errore in quanto è scritto non il corretto sapientia ma sapiencia. Il "nostro" artista quindi era sicuramente più a suo agio nel dipingere. 
La didascalia "incriminata"
Riavvolgendo la pellicola del film che sto immaginandomi, mi fermo un attimo a cogliere il momento in cui il pittore si accorse (o gli fu fatto notare dal committente o, più probabilmente, dal parroco) dell'errore. Come rimediare? Ormai la frittata era fatta, una lettera in più non ci stava, e così l'unica soluzione fu quella di aggiungere la minuscola "r" in alto e far diventare l'affresco finalmente un "ritrato", con una "t" sola, come del resto l'aggettivo "sacratisima"... ma almeno su quelle doppie ben si poteva sorvolare. Chissà perché avvenne quell'errore... la mano, sfiorando la parete, mi suggerisce distrazione o stanchezza una volta conclusa la parte più impegnativa dell'opera, ovvero il "ritrato" della Madonna. E qui finisce il gioco. Ma i fedeli della frazione di San Michele come si comportarono di fronte all'evidente refuso? In questo caso la risposta è quasi certa. Sicuramente non gli diedero gran peso, anche perché l'immagine era già eloquente e poi, in quell' oratorio e in tutte le chiese della valle, allora si praticava sicuramente il tedesco... tantochè i vescovi di Novara furono costretti, ai tempi, a dare alle stampe addirittura catechismi bilingue per la popolazione di etnia walser della Val Formazza e di San Michele o per meglio dire, come lo si conosce ancora oggi, Tuffald.
Un antico catechismo bilingue in uso nelle valli walser
 E l'ignoto artista, forse uno stesso abitante di questi luoghi, in difficoltà con la lingua italiana, mi suggerisce un'ultima supposizione: magari lo spazio rimasto bianco  sotto la scritta "incriminata" era proprio per la traduzione nel più comprensibile dal popolo, ma non dai vescovi, idioma tedesco, per un'immagine che dal 1748 è lì, da toccare, con la sua piccola storia, a portata di tutti.

venerdì 6 febbraio 2015

Civita... uno spot nella “città che muore”?


Ebbene sì, oltre a quelle cinematografiche, anche le location dei più famosi spot pubblicitari che passano in tv ti fanno venir voglia di scoprire di persona le ambientazioni dei set. Specie se lo spot in questione è un po' un "tormentone", come lo è stato in un recentissimo passato (che ogni tanto viene riproposto) quello di una nota marca di marmellata. Spot girato in una fantastica ambientazione, un po' edulcorata (d'altra parte anche il prodotto... lo imponeva) in un piccolo borgo da favola sospeso tra terra e cielo: Civita di Bagnoregio provincia di Viterbo, non lontano dal lago di Bolsena.
Civita di Bagnoregio (Viterbo)
Per arrivarci bisogna percorrere tutta la lunga via centrale del capoluogo comunale, preceduta da cartelli che recitano "Civita, la città (o anche il "paese") che muore". Un richiamo che suona, se non macabro, almeno un po' triste. D'altra parte il minuscolo e antico agglomerato (abitato ormai solo da una dozzina di residenti stabili) poggia su una collina tufacea soggetta a un'inesorabile erosione. Arrivati di fronte al lungo ponte pedonale di accesso a Civita, finalmente la si riconosce con certezza: "Ecco l'inquadratura iniziale dello spot: ci siamo, iniziamo bene!". Per percorrerlo si deve pagare da qualche tempo un piccolo pedaggio, grazie ai proventi del quale (viste le sempre più esigue erogazioni statali...) si potrà monitorare la situazione geologica e intervenire nei casi di urgenza. Percorsa l' aerea e spettacolare passerella (con l'ultimo tratto in salita da prendere con la dovuta calma) finalmente si entra in Civita, alla caccia della "dolce" location.
Il portale di entrata a Civita e... i primi secondi dello spot della marmellata "Santarosa"

Il microcosmo medioevale di Civita è talmente raccolto che per girarlo tutto non ci vuole molto tempo... però la scena dello spot "tormentone", con tutta la buona volontà, non la si trova. E d'altra parte si ha un po' di vergogna a chiedere: "Ma dove hanno girato lo spot della marmellata Santarosa?" quando si è immersi in una bellezza architettonica e in un paesaggio circostante davvero incomparabile. Quindi si lascia Civita con un punto interrogativo, certo da non perdere il sonno, ma sempre tale. Una volta a casa, mi vado a rivedere lo spot, ovviamente riportato su you tube, per capire se la memoria magari mi ha ingannato. Ma ecco il risolutivo responso scritto in calce al filmato: "Soltanto l'inquadratura iniziale è relativa a Civita di Bagnoregio, tutte le riprese dell'interno del borgo a partire dal secondo '04 sono state effettuate nel borgo di Ostia Antica". Mitica rete! Anche stavolta hai trovato una risposta. Ma sarà poi così? Non resterebbe a questo punto che farsi un giro a Ostia Antica... ma è meglio fidarsi. In ogni caso la morale della favola è che la potenza della pubblicità è riuscita a trasformare Civita da "città che muore" a  leggiadra "città virtuale"... già qualcosa, nella speranza che possa essere sempre una "città che vive".

mercoledì 4 febbraio 2015

Lassù sulle montagne... Una squadra, un'anima

Esiste un turismo sportivo ma pure (è un po' da malati, lo ammetto) un turismo degli impianti sportivi. Ma l'esperienza che voglio raccontare personalmente trascende in qualche cosa di più. Siamo nell'alto Canton Ticino, quasi ai piedi del passo del San Gottardo. Insomma, a pochissimo dal “cambio di lingua”: dall'italiano al tedesco del canton Uri. Tra due cortine di monti, la lunga Val Leventina sembra volersi incuneare nel cuore della Svizzera, solcata da una delle principali direttrici nord-sud europee, con autostrada e linea ferroviaria internazionale … e, tra poco, con gli incredibili 57 km del tunnel di base del San Gottardo, ormai quasi pronto. L'appuntamento è alla sera, come si conviene con un'innamorata. In genere fa un po' freddo, la nostra meta infatti è circa sui “mille” sul livello del mare, metro più metro meno.  

Il posto? Già, dimenticavo, un minuscolo borgo alpestre che di nome fa Ambrì che, insieme al contiguo villaggio di Piotta, va a costituire una delle più incredibili realtà mondiali dello sport professionistico e, nello specifico, dell'hockey su ghiaccio, appunto l' "Ambrì-Piotta".
E cominciamo con le particolarità: i due piccoli agglomerati non sono neppure comune, facendo capo al municipio di Quinto, centro che, contando tutte le altre frazioni, arriva a superare di poco i 1000 abitanti. Ebbene l'Ambrì-Piotta, fondato nel lontano 1937, è regolamente presente nel massimo campionato elvetico, torneo tra l'altro di grande prestigio a livello europeo. Dalla collocazione geografica consegue che i tifosi dell'Ambrì siano (quasi) tutti sempre in trasferta, breve o lunga che sia. Infatti la squadra conta supporter in un po' tutte le parti della Confederazione e anche in Italia e in Europa. Perché tanto eterogeneo e incrollabile affetto? Forse il fascino del piccolo Davide che lotta contro i vari Golia o forse altro, chissà. Il fatto è che i tifosi dell'Ambrì non demordono mai, a onta delle prevedibili difficoltà proprie di un club di una regione più che periferica alle prese con il mondo dello sport professionistico e con lo strapotere economico dei club "cittadini" (Berna, Zurigo, Lugano, Zugo, Ginevra ecc).
Ma torniamo alla sera della partita. Tanto per proseguire con le cose strane, il parcheggio auto è... nel locale aeroporto, "espropriato" in occasione dei match anche perché, altrimenti, non si saprebbe proprio dove parare.
...e l'aeroporto si trasforma in parcheggio

Già si respira un' atmosfera mistico-sportiva, accentuata ancor più se, come accade non poche volte, nevica. Poi un breve percorso a piedi tra le rustiche casette del villaggio, il sottopassaggio della ferrovia internazionale (con annesso fiumicello) e... finalmente (ecco qui l'impianto sportivo) si è davanti alla mitica pista dell'Hockey Club Ambrì-Piotta, la "Valascia", a ridosso di un ripido costone boscoso che scende a fondovalle. 
La storica pista della Valascia ad Ambrì
Pista vetusta e obsoleta, a confronto di arene sportive (di ogni disciplina) ormai più simili a salotti o destinate a esserlo, ma proprio per questo dall'antico fascino da "posto in piedi per due ore" e più.  Pista che tra qualche anno sarà (purtroppo o per fortuna...) soppiantata da un nuovo impianto al passo con i tempi. La Valascia, lo "spirito" della Valascia, si compenetra quasi nella squadra sportiva, i "Biancoblu", sorretti sempre da un tifo quasi commovente, anche nei momenti più bui. L'Hcap non ha mai vinto un titolo svizzero, eppure la pista (6500 posti, ovvero sei volte gli abitanti di Quinto) è sempre molto frequentata (anche da tantissimi bambini e famiglie) ed entusiasta. L'esperienza tifo-sportiva non può prescindere da un must durante gli intervalli della partita di hockey: un imperdibile bratwurst caldo con senape, accompagnato da una birra. E alla fine, se si vince, tutti insieme a cantare l'inno dell'Ambrì-Piotta, che non può essere altro se non la popolarissima "Montanara" di Toni Ortelli... un'esperienza da brividi! Tutto questo per dire che la squadra dei due piccoli villaggi di montagna, è forse l'ultima che si percepisce quasi con "un'anima" in un contesto sportivo a livelli di èlite sempre più schizofrenico. D'altra parte sono gli stessi giocatori che hanno vestito anche per poco tempo la casacca biancoblu a definire come indimenticabile e unica l'esperienza in questa piccola-grande squadra.
Una formazione dell'Ambrì-Piotta sotto la curva sud

Resta da dire che cosa mai mi abbia condotto ad Ambrì... sarebbe una storia lunga da raccontare, ma diciamo che, anche nel tifo, alle ragioni del cuore è molto difficile resistere.

giovedì 18 dicembre 2014

La morte sospesa e il pietoso "rito del respiro"

Esistono luoghi dove si percepisce l'anima pulsante della terra. Senza andare a scomodare religioni newage, studi di geobiologia o radioestesia, è proprio lì, in quei luoghi, dove, quasi automaticamente, fermandosi ad ascoltare con tutti i propri sensi, ci si mette in sintonia con vibrazioni ancestrali e si ha la netta sensazione di essere a contatto con qualcosa di più grande e misterioso. Un'esperienza derivante dalla suggestione? Può essere, ma se la si prova, questo “qualcosa” ci entra dentro.
Forse è lo stesso tipo di sensazione che deve aver indotto antichi progenitori a edificare un'ara, un tempio, un santuario proprio in quel luogo, isolato, “sacro” quasi per vocazione.
Il santuario della Madonna della Gelata a Soriso (Novara)
La natura attorno all'Oratorio di Santa Maria della Gelata a Soriso, piccolo borgo non lontano dal Lago d'Orta, in Alto Piemonte è, intrinsecamente, suggestiva, proprio nel vero senso del termine, cioè che “suggerisce” qualcosa. Immersa nel bosco, si erge scenograficamente al termine di una lunga scalinata, dominando una piccola e ombrosa valletta. Non lontano, sgorga una fonte, praticata da tempi immemorabili, che già riconduce a un'idea di acqua lustrale.
L'antica fonte della Gelata
E' infatti questo un luogo di prodigi... addirittura di resurrezioni. Qui, quando, un tempo, la mortalità infantile mieteva miriadi di piccole vittime, si svolgeva un pietoso rito: quello del “Respiro”. I piccoli nati morti non potevano essere sepolti in terra consacrata, così compassionevoli processioni portavano i corpicini al cospetto dell'effigie della Madonna, in modo da cogliere almeno un barlume di vita e poter  celebrare un frettoloso battesimo. 
La sacra effigie della Madonna
Un segno, bastava un minimo segno per aspergere sul capo del bambino l'acqua santa purificatrice; solo in questo modo la sua anima avrebbe potuto salire in Paradiso, senza essere privata, nel Limbo, della visione di Dio. In genere si appoggiava una piuma sulla bocca del piccolo e, tra le preghiere incessanti di una fede antica e l'intensa emozione del momento... ecco il fremito della piuma indotto dal respiro del bambino e... il miracolo di un brevissimo ritorno in vita. Esistono autorevoli studi che trattano specificamente di questo rito, tipico delle zone alpine e prealpine della Alpi Occidentali,  una tradizione che ha resistito fino alla fine dell'Ottocento, per poi spegnersi definitivamente all'alba del Secolo Breve. 

Ma, al di là di tutto, è in luoghi come questo dove si sente davvero il “respiro” della natura, dove ci si può abbandonare a un intenso coinvolgimento emozionale, dove rivive, e questo è davvero un piccolo miracolo, la memoria di percorsi umani che, sebbene non ce ne accorgiamo quasi mai, sono dentro di noi.

lunedì 15 dicembre 2014

Val di Chio, entrando in un' "altra" Toscana

A volte l'istinto del turista-viaggiatore ti induce a fare scelte non razionali. Percorrendo la strada che unisce Arezzo a Cortona e al lago Trasimeno, non si sa proprio che cosa ti faccia deviare all'interno, in direzione di una piccola valle e di paesini dalle ignote denominazioni. Forse la voglia matta di risentirsi un po' bambino, alle prese con l'adrenalina di piccole-grandi esplorazioni. Comunque sia, un valore aggiunto lo si trova subito: poter finalmente guidare a 30 all'ora, senza avere alle calcagna il solito e odiosissimo suv, impaziente di superarti a qualsiasi condizione. Poi, togliendosi dalla statale, c'è la possibilità di ammirare dal basso la cittadina di Castiglion Fiorentino, adagiata scenograficamente su un colle. Ma non siamo in provincia di Arezzo? Scherzi della toponomastica legati a vicende storiche che raccontano lotte per assicurarsi il dominio di un borgo in posizione strategica nel territorio del Granducato.
Panorama della Val di Chio, in primo piano la Collegiata di San Giuliano di Castiglion Fiorentino
Già questo fatto ti suggerisce di essere in un luogo particolare, anche perché Castiglione è un po' un confine tra due mondi, la fertile e animata Val di Chiana da una parte e quel discosto solco vallivo che abbiamo iniziato a percorrere, che si chiama Val di Chio, dall'altra. Tornando alla nostra esplorazione dal sapore bambinesco, l'esordio in effetti ha qualcosa di ludico, con la strada che supera torrenti e canali tramite dossi quasi da “montagne russe”... ma presto si entra decisamente in un'altra dimensione, attraversando l'uno dopo l'altro, piccoli agglomerati. E' un po' “un'altra” Toscana, differente da tutte le altre, forse una Toscana “del silenzio” - certamente diverso da quello della non lontana Verna - in cui parla una natura solare e insieme un po' ombrosa, soprattutto man mano che ci si appropinqua nella valletta. Guardandosi intorno, dove non domina il bosco, i dolci declivi della val di Chio sembrano quantomai adatti alla coltivazione della vite e dell'ulivo e in effetti lo sono davvero. Ma questa vocazione ha anch'essa una storia particolare, essendo stata in gran parte “rigenerata” da due giovani donne, Lidia e Roberta. Sfidando pregiudizi maschilisti, con un pizzico di temerarietà hanno, a partire dal '96, riavviato una tradizione che si era fermata con la morte del capostipite della famiglia, ottenendo nel tempo un crescente successo. Persone speciali, che credono in una missione positiva del settore, al punto da ospitare da qualche tempo anche esperienze di agricoltura sociale al fine di favorire, attraverso la pratica sul campo, il reinserimento nella comunità di soggetti svantaggiati, soprattutto autistici.
Alcuni casali dell'alta Val di Chio dal Passo del Belvedere
La Val di Chio la si abbraccia con lo sguardo dall'alto, quando, risalendone il fianco sinistro, si arriva a scollinare al passo del Belvedere dove la strada continua: una sorta di hic sunt leones verso altri luoghi ignoti da esplorare.
A proposito quanto è stata lunga questa deviazione? Ah sì, solo 12 km, sufficienti a scoprire l'ennesimo microcosmo italiano.