mercoledì 28 febbraio 2018

Valli ossolane: dighe e grandi opere ingegneristiche del '900

Vecchie foto (rifotografate, alla velocissima, in qualche modo...) di grandi opere ingegneristiche del secolo scorso, tra gli anni ’20 e gli anni ’30. In gran parte dighe e centrali costruite dall’impresa Girola per i fornitori di energia elettrica del tempo. Opere dal grande impatto ambientale - sacrificarono interi villaggi walser come Agaro e Morasco, scomparsi sotto le acque dei laghi artificiali - che diedero forte impulso all’economia ossolana e non solo, ma ormai facenti parte a pieno diritto del paesaggio delle alte valli. Testimonianze di competenze ingegneristiche di altissimo livello e, insieme, del duro e intrepido lavoro dei semplici operai in condizioni a volte estreme.












































martedì 16 gennaio 2018

Miasino... e i fantasmi delle auto alla maniera antica


E’ un biglietto da visita sontuoso quello di Miasino, borgo in prossimità del Lago d’Orta (Novara).  Scendendo lungo la provinciale che da Ameno conduce al paese,  colpisce l’occhio la scenografica chiesa di San Rocco, dominante l’abitato con la sua facciata dalle maniere seicentesche.
Un tempio che sembrerebbe del tutto sovradimensionato per un villaggio di meno di mille anime, frazioni comprese.

Un tempo la sua visione era parziale, quasi sfuggente… altri anni, in cui, incredibilmente, una strada di non secondaria importanza (quella che da Orta San Giulio conduce ad Armeno e poi al Mottarone), tuttora battezzata  da un vetusto cartello toponomastico in metallo “firmato” dal Touring Club Italiano, passava nelle viscere nel paese, ovvero strettissimi passaggi contrassegnati da antiche trottatoie in pietra. Ancora di là da venire la circonvallazione, cinquant’anni fa. 

Per andare a far visita al nonno, quindi, con la 1100 bicolore (bianca e marrone) ci si incuneava letteralmente per il villaggio, con mio papà ben attento a non “sfrisare” contro i muri e a dare qualche prudente colpo di clacson alle svolte della stradina, perché non si poteva mai sapere.
Ma, allora, erano passaggi un po’ più semplici con le automobili lunghe e strette di una volta. Comunque si transitava da Miasino “e bon”… senza mai fermarsi.
Oggi invece è un paese “da meditazione” (con il traffico veicolare felicemente assorbito dalla circonvallazione) potendosi ripercorrere quelle stradine silenti tranquillamente a piedi, incontrando rari autoctoni. Le sorprese non mancano: eleganti portali, facciate decorate, affreschi, purtroppo quasi tutti in misero stato (tranne un enigmatico trompe l’oeil…“Lugano”)  e una stupenda dimora gentilizia quale Villa Nigra (XVI-XVIII secolo) anch’essa, un tempo, praticamente invisibile dal “percorso obbligato”.



Il trompe l'oeil "Lugano"




E, finalmente, si può sbucare in un fantastico sagrato di fronte a quella maestosa chiesa, nel punto più alto del paese, al cui ricco interno si può sbirciare da una grata.

Tanta quasi sovrabbondante ricchezza, in definitiva, dovuta all’emigrazione dei miasinesi, in Italia e all’estero, poi tornati a beneficiare e ad abbellire il paese natio.

E quella stradina? Eccola, c’è ancora, del tutto immutata, con i fantasmi delle auto (e degli autocarri) alla maniera antica che ogni tanto ripassano silenziosamente e che, tuttavia, evidenti segni dei loro via vai nella loro vita precedente, al di là di qualsiasi cautela,  hanno lasciato…

venerdì 15 dicembre 2017

Il Sempione del "Generale" Bartolomeo Dulio: una storia dimenticata di commerci e grandi, effimere, fortune


Per chi vive nelle terre a cavallo tra Piemonte e Lombardia è il “Passo” per antonomasia… da sempre e per tutte le popolazioni stanziate qui, autoctone o meno che fossero... Leponzi, Celti, Romani, Longobardi e così via nei secoli.  Porta, a oltre 2000 metri di quota, verso un "altrove"  difeso da gole altissime e terrifiche
Le Gole di Gondo "difendono" il Sempione
. Il Sempione, un luogo che, nell’antichità, non poteva non essere associato, a buon diritto, a quel motto infames frigoribus alpes che certificava le Alpi come territorio il più possibile da evitare, ostacolo quasi insormontabile a qualsiasi traffico o contatto tra i popoli al di qua e al di là dello spartiacque. Malgrado ciò, pur tra ovvie difficoltà oggettive, sempre e comunque frequentato per i più disparati motivi, bellicosi o pacifici che fossero, da millenni.

Per lungo tempo furono sentieri e tratturi poi, finalmente, arrivò il tracciato "moderno" della strada del valico, voluta da Napoleone, nell'intenzione di collegare direttamente Parigi con Milano. Lasciando perdere i sogni di gloria dell’imperatore, quella strada aprì di fatto a vieppiù intensi scambi tra Italia, Svizzera e conseguentemente Nord Europa, seguendo l’esempio indicato dalla mitica figura del barone Kaspar Stockalper che già più di un secolo addietro gestiva un multiforme commercio attraverso il Passo.

Nei primi decenni dell’Ottocento, Giuseppe Dulio, di Borgomanero, abbagliato da quella fantastica via che apriva nuovi orizzonti, decise di costituire un’impresa al fine di dare uno sbocco commerciale ai prodotti del Piemonte Orientale (riso, granaglie, derrate alimentari - anche di propria produzione - vino, tessuti ecc.) oltre confine. Si dice fosse un uomo molto difficile con cui avere a che fare, ma assai abile negli affari. Di fatto ciò costituì le premesse delle fortune della famiglia. Il solo figlio maschio (ebbe una figlia, Cristina, che finì monaca) Bartolomeo (1829-1899) affiancò presto il padre nel business. Si aprì così una piccola epopea, con un tocco di far west.
Il "Generale"
Le merci venivano caricate su diligenze, oppure trasportate a dorso di mulo o asino, dopo essere state ordinate, classificate e imballate nella base di Borgomanero. Poi le carovane si incamminavano lungo la strada del lago d’Orta e quindi verso le montagne e il Passo, nelle cui vicinanze il percorso diventava pericoloso, infestato com’era da briganti e grassatori, tanto che i convogli dovevano essere scortati da guardie armate di fucili.

Così la ditta raggiunse ben presto oltre il centinaio di stipendiati… oltre alle guardie, carrettieri, stallieri, uomini e donne di fatica che caricavano i sacchi, contadini che lavoravano nelle tenute, pastori e mandriani. Bartolomeo Dulio veniva chiamato da tutti "il Generale" (nome che è tutto un programma) e i sui figli "i bambini del Generale", due maschi e quattro femmine avuti dalla prima moglie e un maschio e due femmine, dopo il secondo matrimonio con una nobile, la contessa Carolina Gattico. Tutti vivevano in una grande casa nella via della stazione di Borgomanero che già si chiamava così ben prima che fosse terminata la linea ferroviaria Novara-Domodossola.
I traffici continuavano tutto l’anno, eccetto che nell’inverno, pur considerando che anche in primavera, ai 2005 metri del Passo, si poteva passare in mezzo ad altissimi muri di neve.
I tempi stavano però cambiando e “i bambini del Generale” non poterono far nulla contro il progresso che, nel 1906, battezzò la grandiosa galleria ferroviaria del Sempione: “Sottoterra due vaporiere immote, 
divise da una grande porta, 
aspettano. Un’ardente ansia le scuote. Un urlo va per l’aria morta.
 Porta di ferro, oggi è il trionfo! Muovi su gli aspri cardini sonanti!
 Apriti, o porta dei millenni nuovi!”.
Niente più diligenze, carriaggi, muli, asini, briganti e fucilate ma un più moderno e sicuro trasporto su rotaia. La fortuna, la ricchezza e le proprietà della famiglia erano tuttavia consolidate da decenni di commerci. Ma, dopo la morte del "Generale", l’ingente patrimonio, tra eredità, ricche doti per la discendenza femminile, crollo dei prezzi delle derrate agricole e altre vicende, ben presto si dissolse in mille rivoli. E di quella storia, una tra le tante che può raccontare il Sempione, rimane un lontano ricordo familiare e qualche vecchia foto.

martedì 14 novembre 2017

Monte Rosa, ciò che resta del ghiaccio e di un poeta


Da pochi giorni il Monte Rosa mostra finalmente alle Prealpi e alla pianura Padana Nord Occidentale quelli che dovrebbero essere i suoi tipici connotati. Con il bianco delle nevi e dei ghiacci in luogo di un grigio scheletro di rocce emergenti, mostrato in un malinconico volto nella prima parte dell’autunno.
Sconfortante il notare come nel breve lasso di alcuni decenni, e ormai di anno in anno, si possa notare vieppiù velocemente la scomparsa di quel ghiaccio (roese), origine del suo nome, che un tempo conoscevamo come perenne. Giusto dieci anni fa, nel settembre del 2007, il ritiro delle lingue glaciali restituiva i resti mortali di un romantico alpinista-poeta, scalfendone in parte il mito della misteriosa scomparsa, avvenuta molti anni prima, nel 1951. Ettore Zapparoli, mantovano e milanese d’adozione, era l’archetipo di quella figura di alpinista romantico destinata a sparire definitivamente nei primi decenni del dopoguerra.
Un giovane Zapparoli
Personaggio eclettico e dalle mille sfaccettature, musicista e artista: un tipo del tutto incompreso, troppo indietro (o avanti) per la sua epoca. Amava salire sul Duomo di Milano, nelle giornate terse, per guardare, riguardare e impossessarsi del “suo” Monte Rosa in un’osmosi esclusiva e segreta tra i ghiacci e la sua anima di alpinista-poeta. Non per niente, nel 1937, tra le innumerevoli salite, aveva aperto una nuova via, la “Cresta del poeta” sulla parete Est della Nordend (seconda cima per altezza del massiccio) e nel 1948 il “Canalone della solitudine”, sempre sulla Nordend, sebbene questa “prima” sia ritenuta dubbia.
La Nordend (4609 m), ultima vetta sulla destra
Da buon romantico, tutte “in solitaria”, sfidando oltre alle difficoltà alpinistiche i noti pericoli oggettivi, come i crolli di rocce (oggi ancor più frequenti) della Parete Est di Macugnaga del Monte Rosa. Fu anche scrittore ed editò due romanzi di scarso successo, “Blu Nord” e “Il silenzio ha le mani aperte”, visionari, parto di sofferte ispirazioni, a volte illeggibili (soprattutto il primo) a volte fioriti di invenzioni geniali.

Come nella sua vita di incompreso, forse voluta e forse no. Ma nel settembre del 1951, ai tempi della sua misteriosa scomparsa, entrò nella leggenda grazie a un elzeviro dell’amico Dino Buzzati, scrittore e grande uomo di montagna, sul "Corriere della Sera": “Benché io non sia mai stato là, lo vedo uscire dal rifugio Marinelli alla luce della luna e allontanarsi attraverso le rocce e poi sulla fosforescente neve, tric tric si ode il suono ritmico della sua piccozza sulle pietre, tric tric sempre più lontano e poi silenzio, soltanto la sua sottile sagoma scura tra i ghiacciai, dritta, viva, fin troppo romantica, con la eleganza rigorosa di chi parte per l'eternità... Un uomo di ormai cinquanta anni se ne va incontro alla sorte, senza compagni, senza che nessuno lo sappia, come un ragazzo che fugga da casa. E' un musicista, uno scrittore. Dicono che da giovane quando scendeva le cime, sembrasse un biondo arcangelo...” Una leggenda corroborata anche dalle testimonianze dei custodi del rifugio Zamboni-Zappa,  “campo base” dal quale era partito per quella ultima sua ascensione: “Se dovessi morire sul Rosa non venite a cercarmi: tanto non mi trovereste mai”. 
E invece, dieci anni fa il ghiacciaio in sofferenza ha restituito alcuni suoi resti ed effetti personali, tra i quali un fazzoletto bianco, finemente ricamato. 
Così quella scomparsa celebrata ai tempi quasi come un amoroso e definitivo abbraccio tra una musa e il suo poeta, si è trasformata dieci anni fa in cronaca (e anche la lapide al cimitero di Macugnaga si è prosaicizzata), ripercorrendo una vicenda, ormai dimenticata dai più, di oltre mezzo secolo prima. Nello stesso modo in cui le cronache si occupano ormai, ogni anno che passa, della scomparsa dei ghiacci, attributo via via più effimero dell’antica maestà del Monte Rosa.
Da “Il silenzio ha le mani aperte” di Ettore Zapparoli
Se uno è costretto a scendere di lassù
 per rientrare nel giro delle faccende cittadine,
 in viaggio, appena può, s’intana nell’angolo
 di un vagone, chiude gli occhi
 schifando la realtà che ha intorno,
 e improvviso gli scatta allora nella mente
 lo specchio della parete in un rovescio di luce,
 e mormora: amore.

venerdì 27 ottobre 2017

Altopiano del Golgo, anima sarda... un po'western e demoniaca


Meglio venire al mattino dalle parti dell’altopiano del Golgo, sopra Baunei (Ogliastra), per gustarsi in quasi solitaria un luogo con un’anima… anche perché qui della cosiddetta "anima viva" non c’è traccia  e si è accolti da uno stuolo di animali allo stato semibrado che, pur pacifici, ti fanno subito capire che sei un’ospite.  Arrivando alla chiesa di San Pietro, gentilmente accompagnati da un asino, ci si immerge in una strana atmosfera di ambientazione mexican-western, dove non sarebbe strano veder spuntare qualche campesino o un giovane Clint Eastwood a cavallo.


L’antica costruzione rivela però una storia autenticamente sarda, circondato da una cinta muraria all’interno della quale trovano posto gli "istaulus" detti anche "cumbessias", sorta di rustici ricoveri che un tempo erano utilizzati dai pellegrini che qui convenivano per le varie devozioni.

Attorno, in un silenzio sacrale, indotto da un piccolo ed enigmatico  monolite antropomorfo di epoca nuragica, antichi olivastri prosperano in una vitalità quasi oltre il tempo, in una loro ineffabile dimensione.
E antichi tratturi conducono, poco più in là, a un’orrido buco di  quasi trecento metro di profondità, l’abisso "Su Sterru" che pare contrappuntare la santità.
Una delle tante leggende racconta che in questi paraggi vivesse una demoniaca e gigantesca serpe, agguantata da San Pietro e poi scagliata in terra con tanta energia da creare l’abisso stesso. Ma è tempo di andare per non rovinare sensazioni… stanno cominciando ad arrivare i "cannibali" agostani che stanno cercando la giusta via per guadagnarsi un bagno nelle acque cristalline della sottostante Cala Goloritzè.